di
Elvira Serra

Il fotografo e il quartogenito: «Era permaloso, ma leale. In Val d’Orcia si rese conto che non riusciva più a tenere in mano la macchina fotografica»

Rocco Toscani oggi ricorda suo padre Oliviero con una passeggiata a cavallo. «Andrò con 4-5 amici divertenti: partiamo la mattina presto, ci portiamo una merenda e poi torniamo al lavoro». Che per lui significa rientrare nell’azienda agricola biologica di Casale Marittimo dov’è subentrato al papà nel 2014 e che oggi, oltre a produrre olio e vini, alleva cavalli, maiali di cinta senese e piccioni viaggiatori. Ha 45 anni ed è il quartogenito del fotografo scomparso il 13 gennaio dello scorso anno, il primo dei tre avuti con Kirtsi Moseng: dopo di lui sono nate Lola e Ali. È sposato con Benedetta: hanno due figli, Luce e Romeo.

Fisicamente gli somiglia più di tutti. E nel carattere?
«Sono permaloso, come lui, e geloso delle mie cose. Ma sono anche abbastanza preciso e leale, come papà».



















































Le sembra possibile che sia passato un anno?
«È un po’ strano. Però già da un paio d’anni mio padre aveva cominciato a cambiare, si era rinchiuso in casa, era più assente. L’estate del 2023 era andato in Val d’Orcia per fare dei sopralluoghi con i droni per la campagna di un’auto elettrica, e si era accorto di non riuscire più a stare in piedi da solo e a tenere in mano la macchina fotografica. Tornò a casa come una furia e mi disse: “Non posso più lavorare”. Da lì si è fermato».

Gli aveva fatto da assistente, non è vero?
«Sì, tante volte. Quando ero in vacanza lo seguivo sempre. Quando poi ho finito la scuola d’arte, nel 2004, sono andato a lavorare con lui nella Sterpaia, il suo laboratorio di creatività. Dopo una parentesi a Parigi sono tornato da lui».

Lo chiamava papà?
«Davanti agli altri Oliviero. Avevo un profondissimo rispetto per il suo ruolo, una riverenza estrema. Eravamo tutti molto giovani e a volte ci bloccavamo senza idee, ma poi arrivava lui che con due parole — “Basta far così” — sbloccava la situazione».

Com’era?
«Instancabile e sempre aggiornato. Leggeva 3-4 quotidiani al giorno, non l’ho mai sentito rispondere “non ho tempo”. Lavorava sempre, pure le nostre vacanze erano legate a viaggi di lavoro: solo una volta siamo riusciti ad andare tutti alle Maldive».

Quale campagna l’ha colpita di più?
«Ho fatto da assistente al backstage di quella sui condannati a morte. Ricordo il silenzio, la concentrazione, controllava tutto, era un perfezionista. Poi anche la campagna sull’anoressia: non ero presente al momento dello scatto a Isabelle Caro, ma fu un lavoro molto forte».

La sua foto preferita?
«Quella con il prete e la suora. Era molto da lui, questo eterno dito medio alzato contro tutte le ipocrisie».

Perché lei non ha continuato a fare il fotografo?
«Perché quando mi è nato il secondo figlio ho avuto bisogno di un’identità mia. Per quanto lo capissi, mi stava stretto essere considerato sempre il figlio di Oliviero Toscani. L’occasione di fare qualcosa di diverso ce la diede l’azienda agricola: quando andammo in Francia per il vino, si rese conto che non riusciva a seguire tutto e mi chiese se volevo occuparmene io».

Non ha perso lo sguardo creativo: le etichette di Vedomare le dipinge lei.
«Sì, produrre vino ha molti aspetti artistici. Quando ho scelto di occuparmene l’ho fatto non per seguire il marketing, ma per metterci le mani, tagliare la vite, rendere l’azienda unica e riconoscibile. Tra i vini che produciamo ho tenuto poche bottiglie di O.T., la prima etichetta di mio padre: Syrah e Cabernet Franc. Aveva questa teoria che i vini dovevano essere maggiorenni per essere buoni: ma funziona se sei milionario!».

Le ha mai detto bravo?
«Poche volte. Avevamo un rapporto bello movimentato, non eravamo mai tranquilli, ci stuzzicavamo sempre».

Un momento solo vostro?
«Sapevo che fino a quando non avessi compiuto 10 anni non avrei potuto avere un coltello a serramanico. Quando quel giorno arrivò, mi regalò il primo e cominciammo a collezionarli insieme: era molto generoso. E poi tra le cose nostre belle c’erano le passeggiate a cavallo».

Cosa ricorda degli ultimi giorni?
«Non mollava mai il colpo. Fino all’ultimo era lì che combatteva con mille dettagli che non gli andavano bene».

Per l’anniversario ci saranno diverse iniziative dedicate a suo padre, compreso un docufilm. Lo ha visto?
«No. Ma in linea di massima sono contento se si fanno delle cose per ricordarlo».

A lei cosa manca di più?
«La sua energia, il coraggio di lanciarsi su cose che non conosceva, l’atteggiamento sempre positivo. Non aveva un carattere facile e infatti litigava con tutti, non sa quanti lavori ha perso. Ma già il giorno dopo ripartiva come se non fosse successo niente, senza recriminare. E aveva un coraggio da leone».

12 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 08:22)