di
Fabrizio Dividi

La presidente di Film Commission Torino Piemonte, torinese classe 1980, si confessa: «Forse non ho dedicato abbastanza tempo alle persone che amo, con i miei figli qualche passaggio importante l’ho perso e probabilmente succederà anche in futuro»

«Sono la terza di 4 fratelli ma mio padre dice sempre che chi porta i pantaloni in casa sono io». La presidente di Film Commission Torino Piemonte Beatrice Borgia, torinese classe 1980, parla di sé: «Mio padre scherza ma forse proprio questa condizione mi ha insegnato a misurarmi fin da piccola con il mondo maschile e a farmi valere».

La sua famiglia?
«Due fratelli più grandi e uno più piccolo, un papà veterinario come suo padre, ma in realtà filosofo mancato; e poi una mamma che è stata insegnante di latino e greco, con nonne laureate e tutte “lavoranti”, credo spieghino bene il contesto di emancipazione in cui sono cresciuta. In sintesi, la definirei allegra e un po’ caotica».



















































Allegra e caotica?
«Eravamo tanti, con mio padre sempre impegnato, e abbiamo vissuto tra le classiche discussioni familiari, ma sempre insieme. Ancora oggi condividiamo un cascinale di famiglia e viviamo tra pranzi, cene e qualche litigio, come succedeva da bambini».

Ricordi di infanzia?
«I miei genitori sono amanti della natura e ci portavano in vacanza in contesti agresti o isolati come a Capraia o in qualche isola della Grecia. In inverno, Bardonecchia era la meta obbligata, anche se da piccoli andavamo spesso nel Biellese perché mia mamma è di quelle zone».

Sempre mete di natura?
«Generalmente sì. Abbiamo anche avuto un cavallo che ci portavamo in montagna dove facevamo passeggiate e a volte dormivamo in tenda o vicino ai laghetti. Era un impegno enorme, ma era uno di noi».

E lo sport?
«La ginnastica artistica era la mia passione fino a quando ho smesso perché — ride — avevo il baricentro troppo alto. Ne ho praticato sempre tanto, meglio se spericolato e che mi procurasse adrenalina: a scuola ero iscritta in quasi tutte le discipline ma preferivo arrampicata, sci, surf, wakeboard e motocross».

Motocross?
«Ereditavo tutto dai miei fratelli, compreso l’enduro del “fratello 2”. Mica avevo lo scooter come tutti gli altri: guidavo moto potentissime, a volte perfino truccate. Insomma, ero quel che si dice un maschiaccio».

Arriviamo alla sua formazione?
«Dalle elementari al liceo scientifico Monti, ho frequentato le scuole statali a Chieri e sono orgogliosamente frutto della scuola pubblica. Almeno fino a quel favoloso anno in Australia dove a 16 anni i miei genitori mi fecero frequentare il 4° anno di liceo».

Come scoprì le sue attitudini?
«Mia mamma mi aveva indirizzato bene e io mi sono innamorata delle materie scientifiche come chimica e matematica, oltre alle lingue che ho sempre considerato un mezzo e non un fine. L’inglese, per esempio, è praticamente la mia lingua madre e parlucchio il tedesco perché ho vissuto 5 anni a Zurigo. A volte tiro fuori termini stranieri che forse possono dare fastidio ma sento di spiegare meglio alcuni concetti, e d’altra parte il linguaggio del business quello è».

Perché a Zurigo?
«Dopo gli studi in Biotecnologie Industriali tra Università di Torino e Imperial College di Londra, vinco un dottorato a Torino ma non accetto. I miei non volevano crederci e il professore nemmeno, ma volevo inseguire il sogno di andare al Politecnico Federale Eth di Zurigo, massima istituzione nel campo della genetica. Così, vado in Svizzera con l’auto di papà e mi pianto davanti all’ufficio del professore che mi fa entrare dopo 5 ore. Mi dice, “non si fa così, ma insista”. Dopo un anno ho ottenuto un Ph.D. di 5 anni».

Il suo ingresso nel mondo del lavoro?
«Grazie a quel PhD. peraltro già ben pagato, entro in Sorin nel 2009, subito dopo la nascita di mia figlia Laetitia cui seguiranno Leone nel 2011 e Gregorio nel 2015. Passo alla corporate quotata al Nasdaq LivaNova che mi porterà in giro per il mondo e nel 2021 completo l’Executive Mba alla Escp Business School di Parigi».

Come concilia lavoro e famiglia?
«Facendo i salti mortali. Durante l’Mba studiavo la notte e i weekend, lavoravo con i tre bimbi piccoli a casa. Un giorno Leone si trova con mia mamma al mare in Versilia e saluta verso il cielo: “Ciao mamma”. “Poverino”, mormora qualcuno, “sarà in cielo”. Ma lui lo faceva solo perché mi immaginava sempre in aereo. Essere tra le più giovani dirigenti di una Corporate, certo, non rendeva tutto perfetto, ma ho gestito la situazione, e a ogni gravidanza c’era una promozione».

Come si rilassa?
«Oltre allo sport, con le letture, i viaggi e il giardinaggio».

Altra sorpresa. Da quando?
«Da bambina mi sembrava un hobby da vecchi e forse avevo ragione perché lo amo ogni giorno di più. Conosco tutti i nomi in latino delle mie piante e mi piace vederle crescere».

Manca il cinema. Avrebbe mai immaginato di entrarci da protagonista?
«Proprio no. E a parte il piacere di un buon film, il mio ruolo in Film Commission comincia nel 2021 in modo casuale».

Ovvero?
«Mi sono occupata di tutto: dagli innovativi packaging di carta delle insalate Planet Farms ai dispositivi salvavita fino a rendere “smart” gli oggetti di uso comune con Teoresi. Tutte realtà diversissime, da startup a corporate quotate in borsa, e a ogni nuovo inizio dovevi saper abbandonare le certezze precedenti e uscire dalla zona di comfort. Poi, qualche anno fa, in Italia le figure femminili nei board diventano richieste: mando un curriculum a Fctp ed eccomi qua».

L’accoglienza in questo mondo «allegro e caotico»?
«Direi molto buona, soprattutto in un contesto sviluppato come quello torinese. Ora però capisco da dove nasce il detto “è tutto un cinema”. È un ambiente frenetico, i progetti spesso arrivano in ritardo e con dinamiche inconsuete rispetto ad altri ambiti, ma a volte uno sguardo esterno, per esempio verso piattaforme e serie Tv, può offrire “metodo” a un settore che ne ha bisogno».

Ha anche imparato qualcosa?
«Tantissimo. E quando smetterò di imparare cambierò, come ho sempre fatto».

Mai pensato di scendere in politica?
«No. Anche se la seguo e mi piace contribuire al bene del territorio. Ma preferisco farlo in ruoli come in Fctp, piuttosto che entrandoci in prima persona».

Sbaglio o non ha mai nominato la parola «amici»?
«Vero. Ho amicizie forti ma non tantissime: non ho mai vissuto per essere accettata dal gruppo né per esso ho limitato una mia scelta, probabilmente per via di una famiglia forte e legatissima in cui i miei fratelli sono un vero punto di riferimento».

Manca una debolezza: ce la confida?
«Forse non avere dedicato abbastanza tempo alle persone che amo. Con i miei figli qualche passaggio importante l’ho perso e probabilmente succederà anche nel futuro. È frutto di mie scelte, ma so che devo farci i conti».


Vai a tutte le notizie di Torino

Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino

12 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 15:54)