Dopo 181 giorni di silenzio, la notte del 16 maggio, era arrivata la prima telefonata. Trentini dal carcere di Caracas aveva parlato con la famiglia, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui aveva bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo dai familiari ma anche dal governo italiano.

 

Un mese prima, ad aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull’impegno delle istituzioni, garantendo che “il governo è al lavoro per riportarlo a casa”. Ma proprio in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante la donna, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, aveva puntato il dito contro l’esecutivo. “Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto con il governo venezuelano – aveva detto – E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita”. Una linea che si era poi ammorbidita. “La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza”, avevano affermato pochi giorni prima della liberazione i genitori di Alberto: “Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione”.