Giovani violenti? Sembrerebbe di sì dai recenti fatti di cronaca, anche in un periodo di feste come quello natalizio: a Bari un uomo senza fissa dimora è stato malmenato da una baby-gang; a Roma rissa di capodanno tra due gruppi di giovani per dei fuochi d’artificio sparati ad altezza d’uomo; risse anche a San Benedetto e Fano con feriti da arma da taglio; e questo solo per citare alcuni episodi.

Dobbiamo essere consapevoli che c’è un malessere di fondo nei nostri giovani, Galimberti, riprendendo Nietzsche, lo chiama l’ospite inquietante, ovvero il nichilismo. È un malessere al quale il mondo degli adulti, ed in particolare la famiglia, non riesce a dare adeguate risposte, anche perché non è una semplice questione psicologica, che riguarda la singola persona, ma una forma culturale che coinvolge tutti i giovani.

Ma perché la violenza?

È importante comprendere cosa ha portato i ragazzi a compiere un determinato gesto violento: a Roma la rissa è scoppiata per il lancio di un petardo, quindi in risposta ad un atto ritenuto provocatorio; ma perché aggredire un uomo senza fissa dimora che dorme per strada? Senza una vera motivazione? Ed è proprio questo aspetto estremamente pericoloso, perché così facendo scompare il nesso di causalità, del gesto compiuto in risposta ad uno stimolo, ma compiuto per il gusto di farlo o per provare qualcosa ed è un aspetto sempre più frequente tra i nostri giovani; ma se si rompe questo nesso tutto diventa indecifrabile, incomprensibile, viene a mancare il perché delle cose, resta il fatto che l’azione violenta nasce da un impulso al quale non si è riusciti a dare uno sfogo diverso che permettesse di trattenersi dal compiere un gesto sbagliato. Per portare un esempio, è quello che è successo in un episodio del 2023 quando alcuni ragazzi, durante una festa di compleanno, hanno ucciso una capretta a calci. Tutto ciò ci porta a chiederci se oggi i ragazzi sono in grado di riconoscere le proprie emozioni ed i sentimenti oppure questi vivono dentro di loro a loro insaputa. In particolare, riescono a gestire i conflitti? Hanno la consapevolezza delle azioni che compiono? Hanno una risonanza emotiva?

Le emozioni si ereditano

Per dare una risposta a queste domande dobbiamo innanzitutto capire cosa sono le emozioni. Spesso parliamo di emozioni in termine generale, come se fossero tutte uguali ma soprattutto uguali per tutti, invece, per quanto riguarda le emozioni, dobbiamo distinguere tra emozioni primarie, quelle di specie e riconoscibili da tutti, come la gioia, la rabbia o il disgusto, e quelle secondarie, quelle caratterizzate dal contesto sociale ed espresse in maniere differenti, come ad esempio la vergogna, la gelosia o il senso di colpa; mentre un aspetto interessante che riguarda il modo di sentire le emozioni è il suo carattere ereditario, perché se è vero che le emozioni sono un’eredità di specie, dal punto di vista filogenetico, ovvero che appartengono a tutti gli esseri umani, il modo in cui le sentiamo e viviamo è caratterizzato dall’eredità genetica delle nostre generazioni precedenti, quindi legato alla storia familiare. Questo vuol dire che la memoria emozionale è influenzata dall’eredità dei nostri genitori e dei nostri nonni, infatti nel DNA viene tramandato come i nostri antenati hanno vissuto ad esempio la paura, la gioia o la rabbia ed è per questo che alcune persone possono essere più paurose di altre, oppure vivere in maniera più gioioso o più triste la realtà che affrontano. Le informazioni scritte nel DNA sono influenzate dal nostro vissuto che attiva, inibisce o modula l’espressione genica. In pratica è l’insieme di reazioni biochimiche che lascia un’impronta nel DNA che viene trasmesso alle generazioni successive. I nostri antenati ci lasciano in eredità modelli e strategie per affrontare le sfide quotidiane, gli stessi modelli che poi riprogrammiamo e tramanderemo ai nostri discendenti.

Le emozioni si formano nel contesto di vita

Se è vero che ereditiamo le emozioni, l’approccio epigenetico ci spiega che è l’ambiente che caratterizza il nostro potenziale, compreso quello emotivo, che poi porta ad alla riprogrammazione di tale potenziale. Tutti i nostri sistemi e apparati sono influenzati dal contesto in cui viviamo; l’ambiente che ci circonda e le esperienze che viviamo determinano il modo di esprimersi del potenziale genetico e questo influenza anche il modo di sentire e vivere le emozioni. In particolare le emozioni secondarie si caratterizzano e si differenziano a seconda del contesto sociale che viviamo. Ad esempio emozioni come vergogna e senso di colpa sono sentite e vissute in modo diverso se siamo cresciuti in un paese nord europeo o in Italia o nella penisola arabica. Inoltre l’ambiente nel quale crescono i nostri ragazzi è un ambiente ibrido, formato dal reale e dal virtuale, il cui confine non è facilmente identificabile. Crescere nell’onlife, appunto questo ambiente ibrido e sempre connesso, determina nuovi modi di svilupparsi che le generazioni più adulte non conoscono. È la prima volta nella nostra storia evolutiva che si sperimenta un cambiamento così netto a che le generazioni adulte non sono in grado di affrontare, se non per tentativi.

Imparare dall’esperienza

Abbiamo detto che secondo la visione epigenetica il potenziale genetico delle emozioni si realizza all’interno del contesto sociale in cui ognuno di noi vive, ma che vuol dire questo? Per cercare di capire meglio facciamo un paragone prendendo ad esempio il sistema immunitario; è risaputo che il sistema immunitario è un sistema complesso caratterizzato da varie barriere di difesa per il nostro corpo a cominciare da una prima linea di difesa fisica costituita dalla pelle e delle mucose, una seconda linea composta da cellule, come ad esempio i fagociti, che intervengono per eliminare gli invasori, sistema immunitario innato, e una terza linea formato dal sistema immunitario adattivo, che fornisce una risposta finale e più specifica, composto da unità “addestrate” sul posto, ovvero che vengono create a seguito di una risposta provocata da un agente patogeno che il nostro organismo non ha mai visto prima e memorizza gli antigeni, sostanza che attiva la risposta del sistema immunitario, in modo tale da essere preparato successivamente e fare in modo che l’organismo reagisca in maniera più rapidamente e più duramente, insomma ci immunizziamo reagendo agli stimoli esterni e creando i giusti anticorpi. In conclusione, più il nostro sistema immunitario viene stimolato e più diventerà sempre più in grado di rispondere efficacemente alle varie situazioni, quindi sarà sempre più performante. Per le emozioni è la stessa cosa, il nostro potenziale emotivo viene stimolato dal contesto e genera una risposta; per ognuno di noi è importante sperimentare le emozioni, comprenderle, capirle e decifrarle in modo da reagire in maniera adeguata allo stimolo. Ciò vuol dire imparare a gestire i conflitti, saper disinnescare situazioni emotive critiche, compiere sempre azioni legate ad un nesso di causalità, cioè avere la consapevolezza di ciò che si sta facendo, e così via; ma l’aspetto più importante è che le emozioni si sperimentano nella relazione, nel contatto e nel confronto con gli altri, non è possibile creare un vocabolario di azioni legato alle emozioni senza interagire con le altre persone, ed è particolarmente importante che ciò avvenga fin dalla tenera età. Umberto Galimberti ci spiega che le mappe emotive si formano nei primi anni di vita attraverso la cura e il riconoscimento dei bisogni del bambino, ciò porta a determinare il modo in cui ogni singola persona percepisce e reagisce agli stimoli esterni, una mancata formazione porta a rimanere a livello di risposte impulsive, ostacolando lo sviluppo di emozioni e sentimenti più evoluti e cognitivi.

L’importanza delle emozioni in ambito educativo

In un recente articolo su Orizzonte Scuola Antonio Fundarò ci spiega come in un mondo della scuola in difficoltà, alcune realtà hanno saputo reagire collaborando e creando la Rete Nazionale per l’Educazione Emotiva, un progetto ambizioso e strutturato che mira a dotare la scuola italiana di un modello condiviso per integrare l’educazione emotiva nei percorsi didattici e organizzativi. L’effetto positivo delle emozioni in ambito educativo è un aspetto attenzionato da tempo e che si sta facendo strada con maggiore frequenza. Sempre nell’articolo di Fundarò si legge che “La vision della Rete parte da un presupposto semplice ma rivoluzionario: la scuola non è solo un luogo di apprendimento delle conoscenze, bensì un contesto in cui si cresce come persone. Questo comporta un ripensamento radicale dell’idea di educazione, che non può più prescindere dalla dimensione emotiva e relazionale.” Un concetto fondamentale già espresso da Rousseau ne l’Emilio quando ragionando sull’allievo afferma: “Che il mio alunno sia destinato alle armi, alla Chiesa o alla toga, poco m’importa. Prima che i genitori scelgano per lui una professione, la natura lo chiama alla vita umana. Ed io intendo insegnargli l’arte del vivere. Uscendo dalle mie mani, lo ammetto, egli non sarà magistrato, né soldato, né sacerdote, sarà innanzi tutto uomo; a tutti i doveri propri di un uomo egli sarà in grado di far fronte al pari di qualsiasi altro e, per quanto la fortuna possa fargli mutar condizione, egli si sentirà sempre al suo posto.” Concetto rafforzato anche da Morin che ci ricorda che vivere lo impariamo attraverso le nostre esperienze con l’aiuto dei genitori e degli insegnanti, ma lo impariamo anche attraverso la lettura, la poesia e le relazioni.

L’educazione emozionale

Quindi abbiamo capito che per formarsi le emozioni partono dalla nostra eredità e si sviluppano nell’ambiente, oggi ibrido, tramite le nostre esperienze. Ma come si realizza tutto questo nella società moderna? Nell’ambiente le esperienze si sviluppano con il vissuto e le relazioni, ma proprio quest’ultimo aspetto oggi è molto critico, le relazioni sono sempre meno frequenti e si sviluppano prevalentemente in ambiente formale, ovvero la scuola, o in ambienti preorganizzati, come le attività sportive o altri tipi di attività strutturate. Per questo la scuola ha il compito di formare la persona nella sua interezza, sopperire alle tante mancanze che colpevolmente ha la società moderna. A volte alcuni docenti si giustificano affermando che loro non sono degli psicologi, questo è vero, ma il compito di un insegnante non è quello di formare la persona, nella sua interezza, e non semplicemente trasmettere dei contenuti? Ritengo che un buon docente è proprio quello che riesce a lasciare un segno nei propri alunni, ad in-segnare, a dare la luce, perché, come ha detto Recalcati in una nostra recente intervista, “Ogni maestro è una figura della luce perché la sua parola allarga gli orizzonti del mondo. Essa non trasmette comando, non è espressione di un potere, ma illumina. In questo senso si può dire che ogni maestro allarga la nostra vita.” E oggi più che mai, in una società sempre più complessa, è importante questo tipo di approccio, aiutare i giovani a formarsi correttamente per prevenire i fenomeni di devianza.