di
Guido Tortorelli

L’appello al ministro della Giustizia: «Sia garantita serietà e completezza nell’azione di accertamento della verità». La settimana scorsa la Procura di Matera ha nuovamente negato la riapertura delle indagini

«Ministro, intervenga». È l’appello rivolto al Guardasigilli Carlo Nordio da Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli, che chiede piena luce sulla morte del figlio e della fidanzata Marirosa Andreotta, trovati senza vita il 23 marzo 1988 nella villetta di lei a Policoro (Matera). A quasi quarant’anni dai fatti, il caso dei cosiddetti «fidanzatini di Policoro» resta uno dei casi più controversi della cronaca nazionale, sospeso tra ombre, silenzi e una distanza mai ricomposta tra le due famiglie. Secondo le conclusioni ufficiali degli inquirenti di Matera, i decessi sarebbero stati causati da un incidente domestico

La famiglia Orioli, però, non ha mai creduto all’ipotesi dell’intossicazione da monossido di carbonio e ha continuato a chiedere nuovi accertamenti. Nel corso degli anni si è arrivati anche alla riesumazione dei corpi e a una perizia del criminologo Francesco Bruno, che ha ipotizzato la possibilità di un duplice omicidio. Nonostante ciò, ogni tentativo di riapertura delle indagini è stato respinto. All’inizio di settembre, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, legale della famiglia Orioli, ha presentato un’istanza alla Procura generale di Potenza per chiedere l’avocazione del procedimento.



















































In attesa delle determinazioni della Procura del capoluogo, l’8 gennaio scorso la Procura della Repubblica di Matera ha nuovamente rigettato l’istanza di riapertura delle indagini, depositata il 26 novembre. Da qui la decisione di Olimpia Fuina di rivolgersi al ministro, chiedendo un intervento istituzionale che «miri esclusivamente a sollecitare strumenti di verifica sul corretto funzionamento del servizio giustizia, affinché in un caso di tale rilevanza non si cristallizzi una “chiusura automatica” e ripetitiva, ma si garantisca un esame effettivo delle istanze e delle potenzialità investigative rappresentate».

«Chiedo trasparenza allo Stato»

Nel tempo, la famiglia Orioli ha evidenziato la necessità di ulteriori verifiche oggi concretamente praticabili, anche alla luce dell’evoluzione delle tecniche scientifiche, e di acquisizioni documentali ritenute decisive: nuovi controlli su reperti e indumenti, analisi aggiornate su materiali fotografici e dati, approfondimenti medico-legali e radiologici, oltre all’acquisizione di documenti finora inediti. «Dopo tanti anni non è più tollerabile – scrive Olimpia Fuina nell’esposto – che la ricerca della verità si arresti davanti a formule ripetitive e a chiusure “automatiche”. Chiedo solo che lo Stato, attraverso le istituzioni che Lei rappresenta, garantisca trasparenza, serietà e completezza nell’azione di accertamento».

La famiglia spera ora in un intervento ispettivo e di vigilanza da parte del Ministro, per giungere a una verità piena, intellegibile e fondata su ogni possibile verifica. «La signora Olimpia Orioli è l’immagine più limpida del coraggio civile: una madre che da quasi quarant’anni rifiuta la scorciatoia dell’oblio e chiede una cosa sola, che lo Stato faccia fino in fondo lo Stato – commenta l’avvocato Antonio Fiumefreddo, legale della famiglia Orioli -. Non si tratta di opinioni o di una critica astratta a decisioni del passato, ma di atti specifici, verificabili e delimitati, che proprio per questo devono essere esaminati nel merito».

Secondo il professionista , la determinazione della madre di Luca non è solo una battaglia personale. «Quando una madre è costretta per anni a bussare alle porte delle istituzioni per ottenere un controllo effettivo – conclude Fiumefreddo –, il tema non è soltanto il suo dolore, ma la credibilità della giustizia e il dovere di ogni ufficio di valutare con serietà ciò che viene sottoposto. È tempo che ogni livello istituzionale faccia la propria parte, fino in fondo».


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12 gennaio 2026