Opera (Milano), 12 gennaio 2026 – Sulle ultime note dell’Ave Maria di Gounod, il canto di Mirto è soave, quasi angelico. E subito dopo i suoi occhi si riempiono di lacrime. Riccardo Muti, che lo ha accompagnato al pianoforte davanti a una sala gremita, si alza e lo stringe in un abbraccio. A 31 anni, Mirto Milani porta già sulle spalle il peso di un gravissimo delitto e di una condanna definitiva: ma qui, nel carcere di Opera, il suo desiderio di ritrovare una luce passa attraverso la musica. Ha una voce rara da sopranista, studiava al Conservatorio fino a qualche anno fa: “Il Padreterno gli ha dato uno strumento che sarebbe ingiusto non coltivare”, dice il maestro Muti che lo ha anche affiancato in un’esclusiva lezione privata. “Dovrai riprendere a studiare, con buoni insegnanti. Verrai aiutato – gli annuncia –. E io tornerò ad ascoltarti”.
È accaduto anche questo nella casa di reclusione di Opera, dove Riccardo Muti ha portato la sua Orchestra Cherubini per suonare gli strumenti del mare che i detenuti liutai hanno realizzato proprio nello stesso carcere, utilizzando il legno dei barconi dei migranti, grazie al progetto della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, presieduta da Arnoldo Mosca Mondadori. Quindici violini, cinque viole, cinque violoncelli, un contrabbasso e perfino un clavicembalo dai tasti azzurri come il mare, “legni di morte che rinascono come strumenti di libertà”, ha osservato Muti che, sempre grazie a Ravenna Festival, li aveva diretti a Lampedusa. Nulla (e soprattutto nessuno) va buttato via.
Il maestro è stato accolto nel teatro del carcere, totalmente rinnovato dalla Fondazione Pedrollo e dalla Techbau, e già alle prove si è compreso come quello sarebbe stato uno dei concerti più toccanti di tutta la sua carriera. Lo è stato nel trillo dei violini e nel suono argentino del cembalo per Vivaldi, nell’intensa preghiera dell’”Ave Maria” dall’”Otello” di Verdi, cantata dal soprano Rosa Feola, e nel “Va’ pensiero” intonato dal coro del “La Nave di San Vittore”, composto da detenuti e volontari, con la guida di Paolo Foschini, a cui si sono unite le voci degli “Scaligeri per sempre”: “Siete bravissimi, avete subito recepito le mie indicazioni espressive. Qualche volta con cori blasonati ci vuole molto più tempo”, li ha elogiati il maestro.
Il concerto è stato punteggiato da letture di persone detenute: storie drammatiche di errori, di paure, anche di speranza. Vincenzo ha scritto una lettera al figlio che non vede da vent’anni e oggi è campione di Mma, “Tu tiri pugni sul ring, io faccio a pugni con la vita per non mollare mai”, Vittoria in carcere ha ripreso a studiare il pianoforte, “A tutti capita di attraversare la tempesta, ma non significa che dobbiamo sprofondare nell’abisso”, Nicolai è il liutaio che ha costruito il violino del mare e oggi, grazie a un permesso, di giorno lavora in una liuteria di Milano, “Anche dietro a queste mura può nascere futuro”. Ad assistere all’evento anche il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, don Antonio Mazzi, Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo (che ha sostenuto il concerto insieme a Confcommercio) e Achille Lauro, visibilmente emozionato: “Il carcere è un luogo difficile, ma anche qui si può ritrovare se stessi soprattutto attraverso l’arte”. “Grazie per questo miracolo“, ha sottolineato la direttrice Rosalia Marino. “Esco da qui migliorato – ha ammesso il Maestro Muti –. Mi ha colpito una creatività estremamente profonda e spirituale che fuori è spesso difficile trovare. Voi dimostrate un’anima che cerca l’armonia e la pace: al di là di quello che è stato il passato, io vi auguro di poter raggiungere quel senso della bellezza e della libertà che sicuramente meritate”.