«Invece di scappare facevano i video con i cellulari». Chissà se sapendo che l’aria dentro Le Constellation è diventata irrespirabile nel giro di una manciata di secondi dall’innesco dell’incendio – 140 per la precisione – quanti hanno scritto quella frase sui social, sotto ai video della strage di Capodanno di Crans-Montana, in cui 40 persone hanno perso la vita e 116 sono rimaste ferite, la riscriverebbero ancora.

Non è ancora l’1.30 del primo gennaio, una delle candele pirotecniche attaccate al collo delle bottiglie di champagne incendia un pannello fonoassorbente. Nessuno può sapere che sprigiona fumi tossici. C’è chi riprende con i telefoni, mentre la musica continua a suonare – il dj, anche lui deceduto, ha lasciato la consolle nel vano tentativo di salvarsi – nessuno avverte i ragazzi che quel posto presto diventerà una trappola di fuoco. Non un allarme, non un estintore. E, quando se ne accorgono, per molti di loro è troppo tardi. La maggior parte delle vittime, 34, viene trovata «accatastata» in fondo alle scale, unica via d’uscita praticabile. Non hanno fatto in tempo a uscire.

La fuga

E a dimostrare che di tempo non ce ne era abbastanza è uno studio dell’architetta Martina Bellomia sulla stima dei «tempi di tenibilità del locale», riprodotto in 3d. Si tratta di una relazione tecnica che contiene i risultati di una simulazione di incendio condotta mediante il Fire Dynamics Simulator, modello di calcolo degli effetti dell’incendio elaborato dal National Institute of Standards and Technology.

Secondo lo studio: «Le temperature a soffitto raggiungono valori elevati, potenzialmente critici per la stabilità degli elementi sia strutturali che non strutturali. A quota uomo, le temperature rimangono entro limiti accettabili solo per un intervallo di tempo limitato (circa 140 s)». Questo vuol dire che, secondo il Codice di prevenzione incendi italiano, in soli due minuti la temperatura all’interno di Le Constellation ha superato i 60 gradi, ovvero la temperatura massima «di esposizione di persone non protette» da appositi dispositivi contro il fuoco. Non solo, «la visibilità lungo le vie di esodo» si è ridotta rapidamente, «scendendo al di sotto dei valori di riferimento per l’esodo sicuro (circa 5–10 m)».

E si parla ancora dei secondi che hanno preceduto il “flashover”, il momento in cui tutti gli oggetti presenti all’interno del locale hanno preso fuoco. Oltre alla parte riguardante la tenuta del locale alle fiamme, lo studio mette in evidenza anche il fatto che il «margine di sicurezza» dipende da «rapidità di rivelazione dell’incendio; tempestività dell’evacuazione; efficacia della ventilazione e dello smaltimento dei fumi; disponibilità e funzionalità delle vie di esodo». Saranno le indagini a dire cosa non ha funzionato, ma due elementi sono chiari: non c’è stata tempestività di evacuazione e la via di fuga era solo una, la scala ristretta nei lavori di ristrutturazione del 2015.

Nelle 350 pagine del fascicolo della procura ci sono anche le testimonianze di chi è riuscito a salvarsi. Tutti sono d’accordo su un punto: nel seminterrato non c’erano vie di fuga.

Gli accertamenti

Tra i corpi trovati sulla scalinata anche quello del 16enne romano Riccardo Minghetti, la cui autopsia si svolgerà oggi a Roma, come chiesto dalla procura nell’ambito dell’indagine aperta nella Capitale. Nei giorni a seguire anche le autopsie delle altre vittime, ognuna nella città di appartenenza, come quella di Emanuele Galeppini, anche lui 16enne, campione di golf di Genova.

La speranza, oltre che nella giustizia, è ora tutta su quei 116 feriti che stanno combattendo la battaglia contro ustioni e problemi respiratori. A far crescere il numero dei ricoverati al Niguarda di Milano l’arrivo, ieri sera, di Leonardo Bove, il sedicenne ferito nel rogo e ricoverato a Zurigo, per il quale ieri è arrivato il tanto atteso via libera al trasferimento.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il punto sui temi di attualità, ogni lunedì
Iscriviti e ricevi le notizie via email