SAN GIORGIO CANAVESE. È una storia che sembra uscita da una sceneggiatura quella di Oscar Generale: 53 anni, originario di Rivarolo e cresciuto a San Giorgio Canavese, oggi è uno dei produttori cinematografici più influenti a Hollywood. Membro della prestigiosa Pga (Producers Guild of America), amico di John Travolta, è considerato “il re del product placement”. Generale ci racconta la sua incredibile parabola: dal lavoro come panettiere e contadino fino ai red carpet di Los Angeles.

Partiamo dall’inizio. Chi è oggi Oscar Generale e cosa fa esattamente a Hollywood?

«Oggi mi posso definire un produttore cinematografico a tutti gli effetti. Ho realizzato una trentina di film, lavorando con icone come John Travolta, Morgan Freeman, Kevin Spacey e molti altri. Ma sono conosciuto nel mondo soprattutto per il legame fondamentale tra le grandi aziende e le star hollywoodiane. Faccio tantissima pubblicità e product placement. Tuttavia, ci tengo a dire che sono partito da zero. Anzi, sotto zero».

Il legame con il Canavese è forte, fatto di ricordi e di tanta gavetta. Che lavori faceva prima di arrivare al cinema?

«Ho cambiato forse cinquemila lavori, inclusi i più umili, di cui non mi vergogno affatto. A San Giorgio facevo il panettiere il sabato. Ho fatto il postino a Ivrea, il casellante e ho lavorato con un mio amico alla Provanina di Rivarolo, aiutandolo a pulire le stalle. Ho fatto anche esperienza con i cavalli a Montalenghe. È stato proprio partendo da questa fatica reale che ho iniziato a muovermi nel mondo delle discoteche come Pr, portando immagine e contatti. Avevo 22 o 23 anni».

Poi c’è stato il salto verso Milano. Come è avvenuto il passaggio dal lavoro manuale al mondo dello spettacolo?

«Mi sono trasferito a Milano e ho aperto il mio primo ufficio in uno scantinato: affittavo una stanza in una tipografia in piazza Carducci. Tutti mi chiedevano cosa facessi esattamente. Avevo questa passione per lo spettacolo e ho iniziato a gestire le ospitate e le apparizioni pubbliche di star italiane come Raoul Bova, Claudia Gerini, Alessandro Gassmann, Beppe Fiorello. Ero un procacciatore d’affari più che un manager classico. Ma la svolta vera è arrivata grazie a un caffè».

Ci racconta l’aneddoto?

«Ho realizzato la pubblicità per Caffè Vergnano con Dustin Hoffman. A un certo punto lui mi guarda e mi dice: “Caspita, tu sei una persona sveglia. Dovresti venire a Hollywood”. Quelle parole mi sono rimaste dentro. Tre mesi dopo, tra il 2002 o 2003, ho preso il mio primo aereo in classe economica, senza soldi e senza sapere una parola di inglese. Sono atterrato a Los Angeles e ho deciso che lì avrei vissuto. Era il mio sogno. Dopo quattro mesi, con un mutuo da turista e senza garanzie, ho comprato la prima casa e aperto la Oscar Generale Productions».

L’America non è l’Italia. Come ha fatto a scalare il successo così velocemente?

«Ho ottenuto un business Visa presentando un business plan solido. Di solito ci vogliono cinque anni per vedere risultati, io li ho ottenuti in tre mesi. Ho iniziato a chiudere contratti enormi: Julia Roberts per Gianfranco Ferré, Bruce Willis per Cesare Paciotti, Demi Moore per Rosato, Ben Affleck per Morellato e ovviamente John Travolta. Sono diventato il punto di riferimento per inserire i brand nei film americani, tanto che online mi chiamano the king of product placement. Ho portato i valori italiani in un mare di squali e questo è stato apprezzato. Io rendo facili le cose difficili, quasi inarrivabili. È il mio pregio e il mio difetto».

Ha citato John Travolta. Che rapporto ha con queste star?

«Con John c’è un’amicizia vera, profonda. È una persona autentica, nonostante il successo planetario. In questo ambiente non è scontato: spesso finisce il lavoro e finisce il rapporto. Invece con lui, con Gerard Butler e altri, c’è un legame umano. Oggi sono cittadino americano, ho ottenuto la Green card per meriti straordinari (un punteggio di 10 su 10) e il passaporto Usa, ma non dimentico da dove vengo».

A proposito di provenienza, il suo rapporto con San Giorgio Canavese c’è ancora?

«Sarò onesto: San Giorgio mi ha dato poco in termini di riconoscenza. Ho amici d’infanzia a cui sono legatissimo e che vedo quando torno, ma istituzionalmente non sono mai stato calcolato. Ho ricevuto riconoscimenti dal governo di Malta, da paesi esteri, la stampa mondiale come Forbes parla di me, ma nel mio paese d’origine, nulla. Non cerco la gloria, ma credo che un riconoscimento per chi porta il nome del paese nel mondo sarebbe gradito».

È molto critico anche verso le nuove generazioni e l’uso dei social. Perché?

«Perché manca la fame. Spesso vado nelle scuole a fare lo speaker motivazionale e vedo ragazzi che vivono in un mondo virtuale. Vogliono la Ferrari e l’aereo privato subito, senza gavetta, ingannati da ciò che vedono su Instagram. La realtà è diversa. Bisogna avere esperienze di vita vere. Ho visto gente filmare un incendio col telefonino invece di scappare: siamo arrivati alla follia, la priorità è la visualizzazione, non la salvezza. Se non hai vissuto il sacrificio, se non ti sei sporcato le mani, non puoi costruire nulla di solido».

Quali sono i suoi progetti futuri? La rivedremo in Italia?

«Sono stato contattato per la direzione artistica del Festival europeo delle università per il cambiamento climatico, un progetto in cui credo molto. Poi sto lavorando a film horror psicologici con il mio nuovo studio, dando spazio a giovani che vogliono davvero imparare. Ma ho un sogno nel cassetto legato proprio alla mia terra: voglio fare un film sulla Iena di San Giorgio (l’assassino Giorgio Orsolano, ndr). È una storia che mi affascinava da bambino e la trama si presterebbe per un thriller psicologico».