L’abbiamo già conosciuta in “Gomorra – La serie”, suo esordio come attrice e poi ne “L’amica geniale”, passando per “Generazione 56K” e “Sotto il sole di Riccione”, per lei il primo progetto Netflix. Ora la 36enne campana Claudia Tranchese, nata ad Avellino e cresciuta a Brusciano, un’area ai margini in provincia di Napoli, è nel cast de “La preside”, dal 12 gennaio su Rai Uno in prima serata per quattro settimane. Una serie tv sulla storia di Eugenia Carfora, la coraggiosa dirigente scolastica di Caivano, periferia simbolo d’Italia. Così l’artista, parte del cast e cresciuta in un comune non lontano con le proprie complessità e fragilità, si racconta a “Leggo di te” svelando tematiche care, sentimenti e tappe fondamentali per la sua crescita personale.




L’attrice Claudia Tranchese (foto di Maddalena Petrosino)



Chi è Claudia Tranchese?


«Sono stata una bambina molto curiosa e molto sensibile e il fatto di essere cresciuta in periferia mi ha portato a sviluppare tanto una capacità di immaginazione. Poi, quando con mio papà Domenico guardavo i film sul divano, per me una finestra sul mondo, ho capito che il cinema mi stava strizzando l’occhiolino, mi stava dicendo che poteva esserci altro. La periferia mi ha comunque insegnato a colmare le distanze con tanto impegno, era lontano anche solo andare al cinema». 


Il rituale o l’oggetto anti-sfiga?


«Non ho un rituale, però ho una cintura di mio padre che porto sempre ai provini». 


Il tema più caro?


«Ho un forte senso di giustizia.

Essendo nata in un posto un po’ difficile, sento molto calda questa tematica, per me è importante battermi affinché le opportunità siano accessibili a tutti. Dal vuoto e dal nulla in cui sono cresciuta, ho sviluppato dentro di me un senso di fame, una voglia di vita che mi ha accompagnato nel mio percorso. Ne sono orgogliosa, perché non ha a che fare con la competizione né con l’arrivismo, è una fame che riguarda soltanto me stessa e la mia crescita. La periferia, se da un lato ha un vuoto, un vuoto che considero sacro, ti aiuta pure a sviluppare un senso di aggregazione e comunità. Nelle difficoltà che accomunano, ci si spalleggia, si fa gioco di squadra». 

Il posto del cuore?


«Non ne ho uno in assoluto. Di sicuro in questo momento della mia vita posso dire che Napoli fa uscire una parte di me, quella più antica, mentre Roma mi ricorda la mia trasformazione».


La cosa che vorresti ma che non è in vendita?


«Il tempo».


La paura più grande?


«Sprecarlo».


Se fossi un animale?


«Nella mia piena crisi adolescenziale, ascoltavo sempre “Falco a metà” di Gianluca Grignani e immaginavo di sentirmi leggera e planare, lontano da tutto. Direi un falco, quindi».


Il piatto che non stanca mai?


«Le polpette al sugo».


Una passione-ossessione?


«La danza».


Cosa ti fa battere il cuore?


«La bellezza delle cose vere, quando mi accorgo che sono di fronte a qualcosa che mi emoziona al di là di cosa sia, mi rendo conto di abbassare totalmente le difese».




Ultimo aggiornamento: lunedì 12 gennaio 2026, 16:06





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