di
Mario Platero

Dalle deportazioni di immigrati integrati nella società all’incriminazione di Powell, passando per i casi Ice e le contraddizioni sulla sicurezza: così le scelte di Trump erodono consenso anche nella sua base

C’è un che di autodistruttivo all’accanimento con cui Donald Trump continua a perseguire immigrati illegali innocui, suoi nemici politici o dimostranti muniti di un semplice fischietto. 

Le notizie anche degli ultimi giorni sono oggettivamente spaventose, come l’uccisione a sangue freddo di Renee Good a Minneapolis da parte di un agente dell’Ice, di cui ora si occuperà il Congresso: aberranti, come l’incriminazione dell’onestissimo presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che ha spaccato l’amministrazione e raccolto critiche anche in ambienti repubblicani, o irreali, come gli arresti di immigrati forse senza visto, ma profondamente e lealmente integrati nelle loro comunità. 



















































Ma Trump non demorde, con un nuovo rischio palese: che le sue parole o promesse oggi possono valere meno di un tempo, quando diceva di poter andare a sparare per strada e gli elettori lo avrebbero acclamato lo stesso. Non è più così, ma Trump ancora non se n’è accorto, o perché è preso più da se stesso che dalle sue responsabilità o perché è circondato da persone che non osano dirgli che il tempo in cui poteva dire quel che voleva senza pagarne le conseguenze è scaduto.

Le storie tristi dell’impero di Trump

Per questo, oltre che per l’economia, che non ha risollevato il ceto medio, il presidente soffre nei sondaggi: l’americano medio comincia a credergli meno, soprattutto davanti all’evidenza dei fatti, ai video disponibili su Internet o alla semplice narrativa di storie tristissime sul fronte deportazione, quella di Any Lucia Lopez, ad esempio, passata inosservata nella stampa internazionale, ma che ha inondato di lacrime di sconforto milioni di americani.

La storia di Any Lopez, deportata in Honduras (dopo 12 anni in America)

Any, 19 anni, è una ragazza solare, arriva coi genitori a Austin, in Texas 12 anni fa, a 7 anni. La famiglia è modesta, il padre fa il sarto per un’azienda di confezioni, la madre è casalinga. Lei è diligente, determinata e bravissima a scuola, tanto da vincere alla maturità una borsa di studio per andare a studiare in una delle migliori università americane, il Babson College, in Massachusetts

Ed ecco la svolta: lo scorso novembre il datore di lavoro del padre, che ammira la ragazza per la sua bravura, la chiama con una sorpresa: le ha preso un biglietto perché possa tornare a casa per il lungo weekend del Thanksgiving e passarlo coi genitori. Un segreto fra loro e una sorpresa per papa e mamma. 

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Any è felice. Va al Logan airport di Boston, al check in le dicono che il biglietto ha un problema e di andare al banco servizi. Appena arriva viene circondata dagli agenti dell’Ice, che la incatenano ai polsi e alle caviglie e la portano via. Dicono che c’era una vecchia incriminazione per una sua violazione delle leggi sull’immigrazione arrivando in America (a sette anni?) con un mandato d’arresto. La deportano in Honduras

Any Lopez

Il sogno americano infranto

Il suo diventa un caso nazionale perché questa ragazza è il simbolo stesso di quel sogno americano che si vede sempre meno e che viene strappato via in catene dal suo destino di merito e successo. Tanto più eclatante in quanto in quei giorni il presidente americano decide di perdonare l’ex presidente dell’Honduras Juan Carlos Hernandez, incriminato in America per traffico di droga e condannato a 45 anni di prigione. Pochi giorni prima poi, Trump aveva mandato la portaerei Gerald Ford al largo del Venezuela per poter attaccare Caracas ed arrestare poco più di un mese dopo il dittatore venezuelano Maduro, che accusava di essere il capo di una rete di narcotraffico. 

Il contrasto, le apparenti contraddizioni di certe azioni sono straordinarie e forse sfuggono al presidente, che salta da un progetto all’altro senza preoccuparsi delle conseguenze, ma non sfuggono all’opinione pubblica che in maggioranza non può far altro che grattarsi il capo con una certa preoccupazione. Comunque sia per Any non c’è niente da fare: nei pochi giorni fra l’arresto e il trasferimento in Honduras il datore di lavoro del padre e altri amici ingaggiano un avvocato. L’avvocato riesce a ottenere da un giudice un blocco dell’arresto, ma l’Ice ignora l’ordine e trasferisce lo stesso Any. I genitori speravano che in un atto di clemenza tornasse a Natale, poi a Capodanno. Ma non c’è stato niente da fare. Trump è al corrente del caso, ma resta inflessibile. 

Come può reagire un’opinione pubblica americana davanti a una dinamica di questo genere? In maggioranza la considera una palese e contraddittoria ingiustizia.

I tanti casi di ingiustizia e prevaricazione

Il caso non è isolato. 

C’è quello di un tassista di Hampton Bays, a Long Island, arrestato pochi giorni fa da agenti dell’Ice piovuti nel paesino, come fossero bande di una guerriglia irregolare, mascherati. Gli stati locali sono sempre stati molto tolleranti nei confronti di una forza lavoro generalmente utile. Nel caso del tassista, Sami Abbes, arrivato nel 1997 dalla Tunisia con un visto turistico c’era qualcosa in più: era notissimo in paese dove ci sono forse due o tre taxi, era sempre disponibile a qualunque ora, amato da tutti, insomma come succede nelle realtà locali chi presta un servizio pubblico può diventare una piccola istituzione quasi famigliare. 

Il suo arresto e la sua deportazione fuori da Hampton Bays è stato uno shock per tutti in paese e parliamo di una base elettorale generalmente trumpiana. La comunità si è mobilitata, è stato creato un fondo per ingaggiare avvocati e almeno un migliaio di persone anche nei paesini vicini hanno contribuito al fondo. 

La storia di Carol Ming Li Hui

Il suo destino tuttavia non è chiaro perché, come abbiamo visto, l’Ice ignora bellamente gli ordini dei giudici. Resta il fatto che la base locale oggi è furibonda contro Trump. Un altro caso, per dare un’idea di quanto sia diffuso il problema, è nel cuore del paese, a Kennett, in Missouri. 

È la storia di Carol Ming Li Hui, immigrata da Hong Kong 20 anni fa. Lavorava alla John’s Waffle and Pancake House, la più popolare pasticceria locale. Carol’s Waffle, come è conosciuta, è una donna minuta, gradevolissima, gentile, sempre sorridente e disponibile, ha una famiglia con figli nati in Missouri e conosciuti in paese. Come Sami faceva parte integrante del tessuto locale. L’Ice l’arresta durante un normalissimo controllo e la porta via di nuovo in manette e catene. A quel punto la piccola comunità locale, come a Hampton Bays, in maggioranza trumpiana, si è ribellata: sono state organizzate manifestazioni e petizioni per «riportare Carol a casa». In quel caso le pressioni hanno funzionato, grazie agli avvocati ingaggiati dai locali, Carol è stata rilasciata poco fa facendo leva su un programma di «partenza forzata differita». 

Ci sono altre decine e decine di storie simili in altrettante piccole comunità e se in generale gli americani sono favorevoli a una linea dura sull’immigrazione illegale, soprattutto quella di criminali, non sopportano intuitivamente le ingiustizie come quelle perpetrate a Any, Sami o a Carol. E per Trump diventa un boomerang: il presidente aveva promesso che avrebbe deportato soprattutto criminali, esponenti di gang di trafficanti di droga. Invece i numeri ci dicono che la maggior parte delle persone arrestate e deportate tra la fine del 2025 e l’inizio di gennaio 2026, per 72/73,6% non ha mai avuto condanne penali

Gli arresti riguardano persone senza condanne

Trump parla di criminali che infestano le strade, sparano e impediscono di sentirsi sicuri: quanti sono dunque fra i detenuti i condannati per reati? Tra il 5-7%. Solo il 20% circa degli arresti dell’Ice riguarda persone con accuse penali pendenti ma senza condanne. Ma i casi che vi ho citato prima danno una percezione molto diversa rispetto al passato: le persone oggi non vedono le ingiustizie nei numeri, sempre un po’ noiosi, ma le vivono direttamente nelle mille comunità americane che hanno sperimentato storie simili alle tre che vi ho raccontato. 

C’è poi il comparto travisazione dei fatti: nessuno che abbia seriamente esaminato i video girati sull’omicidio della Good a Minneapolis può credere alla versione ufficiale dell’amministrazione e cioè che la Good si era gettata con la sua vettura contro gli agenti dell’Ice per travolgerli e quelli in pericolo di vita si sono difesi. Ogni immagine sincronizzata da più punti di vista conferma il contrario e cioè che la Good aveva virato a destra, lontano dagli agenti, per scappare verso l’unica zona rimasta aperta

Il più aggressivo è stato il vice presidente Vance, ha alzato la voce contro i giornalisti in conferenza stampa, affermando che mettevano in pericolo le vite degli agenti, ha ribadito che la Good era una attivista della peggiore sinistra terroristica e che gli agenti hanno difeso loro stessi e il paese. Ma la Good era una poetessa, madre di tre figli, armata di un fischietto per esprimere il suo dissenso. Ha fatto bene a scappare quando gli agenti le intimavano di scendere? No, certamente. Ma era giusto ucciderla? La risposta dell’americano medio è no. E Vance con la sua aggressività non ha fatto altro se non aumentare il gap di fiducia nei confronti dell’amministrazione. 

Il caso Powell

Ma è il terzo comparto discriminatorio e contraddittorio di questa amministrazione a destare preoccupazioni ancora più serie, perché si tratta della strumentalizzazione della giustizia. E il caso di Jerome Powell, presidente della Fed, diventa esemplare per tutti. Diciamo subito che non c’è personaggio più mite, responsabile, dedicato al servizio dell’interesse della Nazione (e non certo del suo) di Powell. Eppure Trump, dopo aver insinuato che il presidente della Fed avesse gestito in modo irresponsabile 2,5 miliardi di dollari per ristrutturare lo storico palazzo della Fed, per poi mentire in un’audizione in Congresso, gli ha scatenato contro il dipartimento per la Giustizia e lo ha incriminato. 

I precedenti li conosciamo: da quando è entrato alla Casa Bianca Trump ha cominciato ad attaccare l’autonomia della Fed e Powell, colpevole per non aver abbassato i tassi di interesse come chiedeva dalla Casa Bianca. Ora, divergenze tra potere esecutivo e agenzie indipendenti ci sono sempre state, alcune anche espresse in modo brusco. Ma passare all’incriminazione non era mai successo. Tanto più che qualunque americano – a parte quel 20% di zoccolo duro di Trump – non potrebbe che rilevare l’incongruità della situazione: da una parte un presidente che conduce, come ha detto al New York Times giorni fa, i suoi affari personali dalla Casa Bianca e dall’altra un servitore dello stato integerrimo. 

L’autolesionismo di Trump

E qui torniamo all’autolesionismo di Donald Trump. Ormai Powell è quasi fuori, perché accanirsi contro di lui? È in questo che dobbiamo rilevare la mancanza di una discriminante che potrebbe aiutare invece che danneggiare il presidente americano agli occhi dell’opinione pubblica: Trump è apprezzato per aver ridimensionato gli aspetti Woke, Cancel Culture etc. Il successo dell’operazione prelievo di Maduro, il cessate il fuoco a Gaza, l’attacco all’Iran che può aver incoraggiato la popolazione iraniana a dimostrare per strada contro il regime, hanno contribuito a far risalire leggermente il suo indice di gradimento dal 36% al 41%. Ma è soltanto due giorni fa che Powell, con una manovra senza precedenti è passato al contrattacco: «la minaccia di una incriminazione è una conseguenza delle scelte della Federal Reserve nel fissare tassi di interesse nella migliore analisi di quel che può servire il pubblico piuttosto che seguire le preferenze del presidente». Con Powell si sono schierati il segretario al Tesoro Bessent e alcuni membri repubblicani in Congresso. Ancora un anno fa non sarebbe successo.

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13 gennaio 2026 ( modifica il 13 gennaio 2026 | 15:58)