In Iran continua il blackout di Internet ma riprendono le telefonate, caos sul numero di vittime
(Greta Privitera) Stanno chiamando. Gli iraniani e le iraniane finalmente stanno riparlando al telefono con i loro cari fuori il Paese. Non si sa per quale motivo gli ayatollah glielo stiano permettendo, ma da questa mattina possono fare telefonate, non riceverle. «È un massacro, hanno ucciso migliaia di persone», racconta la mamma di Ana, da Teheran.
«Sono state uccise duemila persone, tra cui membri del personale di sicurezza», lo dice un funzionario iraniano a Reuters. È la prima volta che le autorità riconoscono un numero così alto. «Ma dietro le uccisioni ci sono i terroristi», continua: ossia forze straniere. Ossia Israele e Stati Uniti.
Iran International, il giornale di opposizione con sede a Londra, dà un altro dato, che fa tremare: dodicimila vittime. Qualcuno dice seimila, qualcun’altro dieci. Ma di certo la porta del massacro supera di molto i 648 nomi identificati dalle ong all’estero.
Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights ritiene credibili i numeri che arrivano da dentro il Paese: «Saranno migliaia». Continua il blackout di internet e continua la repressione. Gli iraniani e le iraniane aspettano un segnale dall’esterno. «Non possiamo combatterli a mani nude, da soli. Non vogliamo una guerra, ma ci serve aiuto», ci ha scritto Samira, di Teheran, quando si è riuscita a collegare alla Rete.
Donald Trump è stato informato di un pacchetto composto da «una vasta gamma di programmi, strumenti militari e operazioni segrete» che potrebbero essere usati contro la Repubblica Islamica, raccontano fonti del Dipartimento della Difesa statunitense. Nel gioco diplomatico, tra minacce e aperture, si fatica per ora immaginare quale potrebbe essere la strada che sceglierà di intraprendere il presidente americano, a cui i suoi uomini di fiducia (JD Vance) stanno consigliando di andarci piano.
Ieri sera, The Donald ha annunciato dazi del 25 per cento nei confronti di qualsiasi Paese che faccia affari con l’Iran (con un chiaro riferimento a Pechino), la Cina ha dichiarato di opporsi a «tutte le sanzioni unilaterali illegali e alla giurisdizione remota».