di
Guido Olimpio

Le unità cyber di polizia e pasdaran sono riuscite a ridurre di molto il flusso di informazioni inviate dai manifestanti verso l’esterno del Paese

Capacità iraniane, strumenti russi, leggi speciali: con queste «armi» il regime ha condotto la campagna per neutralizzare le comunicazioni Starlink nel paese, un canale di comunicazione fondamentale per diffondere le immagini della rivolta.

Negli ultimi giorni, secondo le rilevazioni di esperti, le unità cyber di polizia e pasdaran sono riuscite a ridurre di molto il flusso di informazioni a sostegno della protesta. Diverse le linee di attacco. Ai droni è stato affidato il compito di compiere voli di ricognizione alla ricerca di parabole mentre i servizi di sicurezza hanno utilizzato tecnologia fornita da Mosca per interrompere i collegamenti. Materiale che sarebbe stato messo a disposizione negli scorsi mesi per aiutare i guardiani nel contrasto degli avversari interni. A conferma del giro di vite c’è stato martedì l’annuncio da parte dei media ufficiali di un grosso sequestro di componenti. 



















































Fonti citate dal quotidiano The Guardian sostengono che sarebbero decine di migliaia i dispositivi Starlink arrivati dagli Usa attraverso percorsi tortuosi: via mare da Dubai, lungo la consolidata rotta del contrabbando, ma anche dal Kurdistan, lungo sentieri seguiti da chi vuole fare entrare «cose» all’interno dei confini nazionali. 

A questo proposito è stato ricordato che in passato, durante la gestione di Joe Biden, era stato valutato un piano per aumentare l’invio di apparati satellitari, un modo per sostenere la guerra di informazione e dare una mano agli oppositori. 

All’epoca, però, la Cia si era detta contraria ad un’operazione massiccia perché temeva ripercussioni sui suoi «corridoi» clandestini: le spedizioni potevano rivelare metodi, vie, trucchi. Un punto da non sottovalutare come hanno raccontato una catena di episodi. L’omicidio mirato del responsabile del programma atomico Mohsen Fakhrizadeh (2020) eseguito con una mitragliatrice guidata da remoto e fatta entrare di nascosto. Ma ancora di più i missili modificati e i droni usati da agenti locali del Mossad nel corso del conflitto di giugno: da qualche parte devono essere entrati.

Ora, però, siamo davanti ad una nuova prova. Donald Trump, insieme a Elon Musk, ha rilanciato in questi giorni il progetto, ritenendo che possa essere uno dei modi per dimostrare solidarietà a quanti hanno avuto il coraggio di sfidare le pallottole. E vi sarebbero stati passi ulteriori come parte della campagna di pressione sugli ayatollah. Alcune fonti hanno precisato che l’uso di Starlink da parte dei dissidenti si è svolto con molta cautela, proprio per ridurre i rischi di essere individuati da un apparato repressivo gigantesco.

Teheran, ben prima dell’attuale crisi, ha approvato un provvedimento severo: chiunque venga trovato in possesso di un «terminale» Starlink può essere accusato di spionaggio a favore di Israele, con conseguenze pesanti. Una delle tante misure varate per aumentare le difese in un settore sensibile.

L’Iran ha sofferto numerosi attacchi cyber da parte degli israeliani, infiltrazioni che hanno colpito attività quotidiane ma anche dipartimenti strategici, da quello petrolifero al nucleare. Altre incursioni sono state effettuate dagli americani con «virus» per sabotare impianti militari. Infatti, tra le opzioni presentate alla Casa Bianca in queste ore ci sono di nuovo strike cibernetici.

I pasdaran, a loro volta, hanno rivendicato iniziative analoghe, affidandosi a cellule hacker che hanno preso di mira lo Stato ebraico. Un livello di preparazione ritenuto adeguato alle sfide e affiancato dalla cooperazione di paesi alleati, come Russia, Cina e Nord Corea.

13 gennaio 2026 ( modifica il 13 gennaio 2026 | 21:18)