Se amate i thriller psicologici, questo è davvero il momento ideale per recuperare Tell Me Lies, una serie televisiva rimasta a lungo sottotraccia ma capace di lasciare un segno profondo nello spettatore. Complice l’arrivo della terza stagione negli Stati Uniti, l’attenzione si è finalmente riaccesa su uno dei racconti più disturbanti e lucidi sulle relazioni tossiche visti negli ultimi anni. In Italia, la serie è disponibile su Disney+, ed è una visione perfetta da affrontare tutta d’un fiato.
Tratta dal romanzo omonimo di Carola Lovering, pubblicato nel 2018, Tell Me Lies è un adattamento che riesce a conservare la forza emotiva del materiale originale, scegliendo però di espandere personaggi e dinamiche con una struttura narrativa più complessa. Il risultato è una serie che funziona su più livelli: come thriller emotivo, come drama sentimentale e come ritratto spietato di un’età di passaggio in cui tutto sembra assoluto, urgente e definitivo.
Al centro della storia c’è la relazione tra Lucy Albright (Grace Van Patten) e Stephen DeMarco (Jackson White), un legame magnetico e distruttivo che si sviluppa lungo più linee temporali. Fin dalla prima stagione, la serie intreccia il mistero legato a una morte sospetta con l’evoluzione di questo rapporto fatto di attrazione, manipolazione e dipendenza emotiva. La seconda stagione spinge ancora più in là il racconto, moltiplicando i colpi di scena e scavando a fondo nelle conseguenze psicologiche di scelte sbagliate e sentimenti non elaborati.
Tell Me Lies è costruita per il binge-watching: dieci episodi nella prima stagione e otto nella seconda permettono una visione rapida, ma mai superficiale. La serie non ha paura di mostrare il lato più esplicito delle relazioni, ma le scene di intimità non sono mai fini a sé stesse. Al contrario, diventano uno strumento narrativo per raccontare vulnerabilità, squilibri di potere e bisogni emotivi spesso inconfessabili. Il sesso, qui, è parte integrante del conflitto, non un semplice elemento decorativo.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è la scrittura dei personaggi, in particolare quelli femminili. Lucy è volutamente contraddittoria: a tratti fragile ed empatica, a tratti respingente e difficile da giustificare. Intorno a lei si muovono figure altrettanto complesse come Pippa (Sonia Mena) e Bree (Catherine Missal), che contribuiscono a un ritratto credibile e dolorosamente realistico delle amicizie e delle insicurezze tipiche dell’età universitaria. Nessuno è completamente innocente, nessuno è davvero irreprensibile.
Tell Me Lies affronta anche temi più ampi, come il lutto, il silenzio emotivo all’interno delle famiglie e il bisogno quasi disperato di sentirsi accettati, desiderati, speciali. Ambientare la storia nei primi anni Duemila si rivela una scelta particolarmente efficace: l’assenza dei social network costringe i personaggi a confrontarsi direttamente, senza filtri né scorciatoie. Telefoni a conchiglia, visite improvvise nei dormitori e conversazioni faccia a faccia rendono i conflitti più crudi e le conseguenze emotive più immediate.
Pur raccontando una relazione estrema, la serie riesce a essere sorprendentemente universale. Non tutti hanno vissuto storie tanto tossiche, ma molti possono riconoscersi nella confusione, nella dipendenza emotiva e nel dolore che Lucy sperimenta. È proprio questo equilibrio tra tensione narrativa, introspezione psicologica e dramma sentimentale a rendere Tell Me Lies una serie che resta addosso anche dopo la visione.
Con la terza stagione pronta ad ampliare ulteriormente il racconto, Tell Me Lies si conferma come un titolo da riscoprire, soprattutto per chi cerca thriller psicologici capaci di inquietare non tanto per ciò che mostrano, ma per ciò che rivelano sulle fragilità umane. Una serie sottovalutata, sì, ma che oggi merita più attenzione che mai.
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