
voto
8.0
Il moniker The Ruins of Beverast nel panorama black/death e doom del 2026 è ancora sinonimo di qualità assoluta e vagabondaggi immaginifici in grado di trascendere il concetto di tempo e spazio.
Sono trascorsi ormai ventitré anni dal demo “The Furious Waves of Damnation”, primo anello di una catena di opere via via sempre più dense, plumbee e strutturate, oltre che celebratissime a livello underground, e in questi primi giorni di gennaio ritroviamo il progetto del cantante/polistrumentista Alexander von Meilenwald nuovamente in grande spolvero, come sempre ispirato, meticoloso e sicuro della via su cui instradare la propria creatura musicale.
Ogni uscita della one-man band tedesca si configura puntualmente come un lungo viaggio sensoriale, un palazzo strabordante di atrii, corridoi e stanze da esplorare senza la smania di giungere in fretta e furia alla fine del percorso, e “Tempelschlaf” non intende rinnegare questa tradizione, muovendosi parallelamente in un solco sonoro mai così levigato e accessibile.
Già nel 2021 il precedente “The Thule Grimoires” aveva iniziato a versare elementi gothic rock e post-punk nel calderone lisergico del progetto, portando giocoforza l’insieme a snellirsi e sviluppare una sensibilità melodica più decisa e suadente, ma è solo con i sette atti di questo nuovo capitolo – licenziato come da consuetudine da Ván Records – che l’intuizione di von Meilenwald, da crisalide, spiega le ali di farfalla, librandosi su uno scenario in cui un certo tipo di retaggio anni Ottanta si compenetra perfettamente con le processioni atmospheric black/death/doom del Nostro, fra definitiva metamorfosi e ulteriore rilancio di una carriera già di per sé compiuta e sopraffina.
Al primo ascolto, il disco colpisce per la sua varietà e – allo stesso tempo – per la sua coerenza espressiva: i brani sono piuttosto diversi tra loro a livello di struttura e dosaggio delle influenze, con l’opener/title-track a colpire immediatamente grazie al suo incedere controllato e dominato dalla voce pulita, ma hanno tutti in comune un mood darkeggiante e ritualistico; un’atmosfera umbratile che si dipana ora prendendo una piega più aggressiva e malvagia (ma non per questo disattenta alla melodia e alla fluidità delle ritmiche), ora più morbida e orecchiabile, richiamando distintamente l’operato di gente come Christian Death, Killing Joke e The Sisters of Mercy.
Un flusso in cui ogni nota viene calibrata, meditata, soppesata, e ogni suono – da quelli di chitarra/basso/batteria a quelli prodotti dai synth – viene portato diligentemente al suo massimo grado di purezza, con gli echi tribali e sciamanici introdotti a partire da “Exuvia” (2017) a fare capolino dallo sfondo e traghettare la raccolta tra le forme e i vapori di una dimensione atemporale di rara eleganza e bellezza.
Pur tenendo conto della durata complessiva e della densità delle trame, non era mai capitato che la band di Aquisgrana si esprimesse in modo così emotivo e diretto, né che i suoi brani riuscissero a sedimentarsi tanto in fretta nella memoria, secondo un processo di semplificazione del linguaggio da non confondersi ovviamente con impoverimento dei contenuti.
Al contrario, “Tempelschlaf” può essere visto come l’ordito più ricco intrecciato dai The Ruins of Beverast durante il loro cammino artistico; un album sinuoso e ammaliante, confezionato con cura monastica sia nella foggia (basti sentire la produzione di Michael Zech e V. Santura, organica e dettagliatissima) che nella sostanza, e suggellato superbamente dalla conclusiva “The Carrion Cocoon”, tredici minuti all’interno dei quali è racchiusa l’essenza stessa dell’opera, la sua brillante miscellanea di spunti, l’innata capacità di passare da un registro all’altro quasi si trattasse della cosa più semplice e naturale del mondo.
In definitiva, un ritorno imperdibile per i fan del gruppo e di chiunque abbia apprezzato i pellegrinaggi compiuti da Bölzer, Esoteric, Secrets of the Moon e Triptykon, da ascrivere già – nonostante il larghissimo anticipo – fra i dischi dell’anno appena iniziato.