Per confezionare il successore di “Cold Black Suns” gli Enthroned si sono presi decisamente i loro tempi, ma non si può dire che il risultato finale – edito da Season of Mist lo scorso dicembre – non sia valso la pena della lunga attesa.
“Ashspawn” ha visto infatti il gruppo di origine belga riaffacciarsi sulle scene in uno stato di forma notevole, forte di un significativo avvicendamento a livello di line-up – con l’ingresso del chitarrista T. Kaos (Lvcifyre, Death Like Mass) a supporto del batterista Menthor e del frontman Nornagest – e di una conseguente rimodulazione del proprio suono, mai così torbido, sfuggente e sul confine con l’universo death metal più malvagio e sulfureo.
Un’opera radicale tanto nella forma quanto nei contenuti, che non sembra essere stata concepita per svelarsi chiaramente e fornire risposte esaustive, ma piuttosto per confondere, stressare e tragittare l’ascoltatore in un Altrove dove il black metal non è solo musica, bensì un vero e proprio canale di comunicazione con l’inconscio e le sue forze oscure.
Un’esperienza che avrà forse alienato una fetta di pubblico e dei fan storici della band, ma di cui Nornagest – raggiunto via mail a ridosso dell’uscita del disco – appare decisamente orgoglioso…


SEI ANNI SEPARANO “ASHSPAWN” DAL SUO PREDECESSORE “COLD BLACK SUNS”, IL DIVARIO PIÙ LUNGO DELLA VOSTRA CARRIERA. COME RIASSUMERESTI QUESTO PERIODO? QUALI CAMBIAMENTI PERSONALI, ARTISTICI O LOGISTICI HANNO AVUTO L’IMPATTO MAGGIORE SU QUESTA PAUSA?
– Sei anni possono sembrare un’assenza, ma in realtà sono stati un periodo di transizione, potatura e riallineamento. La vita ha presentato il suo conto a diversi membri: alcuni hanno scelto di investire nella propria sfera privata, altri non avevano più il tempo necessario per ciò che Enthroned richiede, che non è un hobby, ma una disciplina totalizzante. Così, naturalmente, la formazione è cambiata.
Da un punto di vista artistico, direi che questo periodo ha permesso alle idee di maturare invece di essere forzate. Non volevamo produrre un disco solo per mantenerci in attività, volevamo qualcosa che portasse il peso della nostra evoluzione, sia lirica che musicale.
Se dovessi riassumere questi sei anni: è stata una gestazione necessaria, un cambio di pelle, in cui Enthroned ha lasciato ciò che non gli apparteneva più e affinato quello che doveva restare. Ciò che ne è emerso è stato “Ashspawn”, non come semplice continuazione, ma come un capitolo sigillato da una lama temprata a lungo, piuttosto che da un colpo affrettato.

L’ARRIVO DI T. KAOS – FIGURA CHIAVE DELL’UNDERGROUND DEATH-BLACK DELL’ULTIMO DECENNIO – SEMBRA AVER INFLUENZATO IN MODO SIGNIFICATIVO IL SONGWRITING. QUANDO AVETE INIZIATO A CONSIDERARE UNA COLLABORAZIONE CON LUI E QUALE DINAMICA È NATA DURANTE IL PROCESSO CREATIVO?
– Ci conoscevamo da molto tempo prima che si parlasse di una collaborazione. L’invito vero e proprio è arrivato in un momento in cui Enthroned necessitava non solo di un chitarrista, ma di qualcuno che comprendesse lo spirito dietro la struttura, qualcuno capace di scrivere con convinzione e non per comodità. Fin dall’inizio si è formato qualcosa di organico e intensamente focalizzato.
T. Kaos non è entrato semplicemente come esecutore; è arrivato con una piena intenzione compositiva. Sì, questa volta è stato il principale compositore, ma la composizione negli Enthroned non è mai unilaterale. La sua scrittura ha portato un taglio più affilato, ostile e devozionale, e ciò che contava di più non era l’apporto tecnico, ma l’allineamento nella visione. Non si è trattato di colmare una mancanza, ma di fondersi con qualcuno la cui lingua musicale parlava già un dialetto compatibile con il nostro.
Il suo arrivo non ha modificato Enthroned; ha rivelato una parte di Enthroned che era pronta a emergere, e personalmente ero smanioso che ciò accadesse.

IN CHE MODO RITIENI CHE T. KAOS ABBIA CONTRIBUITO A RIMODELLARE O RAFFORZARE IL VOSTRO SOUND, CONSIDERANDO ANCHE I VOSTRI TRENT’ANNI DI CARRIERA? INOLTRE, L’ALBUM SEMBRA INCORPORARE SFUMATURE DEATH METAL PIÙ MARCATE, A TRATTI EVOCANDO ATMOSFERE MORBIDANGELIANE. COME AVETE INTEGRATO QUESTI ELEMENTI NEL VOSTRO LINGUAGGIO?
– T. Kaos ha contribuito non alterando la nostra estetica, ma intensificando un nucleo che è sempre stato presente. Enthroned ha sempre avuto una sottocorrente di death o thrash metal, un’ostilità che si manifestava in modo diverso a seconda di chi teneva la torcia in quel momento. Con il suo arrivo, quella corrente ha potuto emergere completamente, con un’articolazione più affilata, stratificazioni più oppressive, e una disciplina compositiva in linea con l’intento lirico.
Il riferimento che suggerisci non è fuori luogo: c’è una simile gravità rituale, quel movimento a spirale tra dissonanza e affermazione, ma l’approccio non è mai stato imitativo.
T. Kaos ha un modo particolare di strutturare la tensione, come costruire pilastri e farli calare sull’ascoltatore. Ciò ci ha permesso di integrare elementi più pesanti senza cadere in cliché generici.
Quelle influenze inconsce sono diventate veicoli per la voce stessa di Enthroned, ornata da una disciplina del riff più abrasiva, ma sempre guidata dalla stessa carica spirituale che ci definisce da decenni. Quindi, più che rimodellare Enthroned, ha rivelato una severità latente, dandole chiarezza, slancio e rinnovato dominio.

LE NOTE PROMOZIONALI DELLA SEASON OF MIST SOTTOLINEANO CHE L’ASPETTO LIRICO DI “ASHSPAWN” È STATO SVILUPPATO IN STRETTA COLLABORAZIONE CON L’OCCULTISTA GILLES DE LAVAL. SENZA SVELARE TROPPO DELLA LORO SIMBOLOGIA PIÙ PROFONDA, QUALI PILASTRI TEMATICI E FILOSOFICI ATTRAVERSANO I TESTI DELL’ALBUM?
– La spina dorsale lirica di “Ashspawn” ruota attorno alla sublimazione: trasformare la desolazione in ascesa. È un’opera satanica pratica, nel senso iniziatico letterale: smantellare le strutture imposte e poi forgiare qualcosa di autodeterminato dalle macerie. Questo è espresso attraverso un quadro radicato nel corrente Edom Belial, dove le entità demoniache non sono figure fittizie, ma forze di anti-emanazione, catalizzatori di rottura, inversione e trasformazione. Ogni brano segna una fase di questa discesa-e-ascesa: confrontare il collasso spirituale senza consolazione, dissezionare i suoi resti e usare quelle rovine come materiale per un’ascesa basata su pratica, disciplina e confronto.
Lavorare con Gilles de Laval ha permesso al linguaggio di funzionare come dottrina, non come ornamentazione; persino termini come “Aosephex” non sono metafore, ma identificatori operativi del principio che spezza la forma affinché una nuova possa essere forgiata. E musicalmente, l’album riflette esattamente questo intento.
“Ashspawn” non è pensato per essere un ascolto facile, tutt’altro. Richiede attenzione, concentrazione e persino resistenza. La maggior parte coglierà solo l’aggressione superficiale; pochissimi comprenderanno ciò che viene effettivamente attuato e articolato sotto. Ma è così che deve essere. Il lavoro iniziatico non è mai destinato ai molti, ma a chi è capace e disposto a entrarvi.

L’ARTWORK DI JOSÉ GABRIEL ALEGRÍA SABOGAL È POTENTE E FORTEMENTE SIMBOLICO. IN CHE MODO LA SUA INTERPRETAZIONE SI LEGA AI TEMI ESPLORATI NEI TESTI? COME INTERAGISCE L’IMMAGINARIO CON IL CONCEPT DELL’ALBUM?
– L’interpretazione di José si è subito allineata con la corrente profonda di “Ashspawn”. La figura centrale rappresenta Belial, non come personaggio o entità mitica, ma come forza governante dell’asse concettuale dell’album: dissoluzione, sovranità e trasformazione attraverso la negazione. Belial è la tensione iniziatica del disco e José l’ha tradotta in una forma al tempo stesso ascendente e in decomposizione, in trono e in erosione, come descritto dal percorso lirico.
Ciò che colpisce è quanto istintivamente abbia compreso la struttura interna dell’opera. Gli abbiamo fornito punti tematici chiave, ma la sua visione è andata oltre l’illustrazione letterale: ha catturato l’architettura interna del lavoro con un linguaggio simbolico proprio. L’artwork non è decorazione, ma un altro accesso alla struttura concettuale dell’album. Ogni elemento, se analizzato, corrisponde a una fase della sublimazione, del vincolo e del collasso della forma. In questo senso, la sua opera visiva è lo specchio del contenuto lirico: un ritratto di Belial come processo, non idolo; come ascesa attraverso la disintegrazione; come individuo che si trova nello spazio in cui l’identità si frantuma e si riforma.

“ASHSPAWN” PROSEGUE LA VOSTRA LUNGA CONNESSIONE CON L’ITALIA: IL DISCO È STATO MIXATO DA STEFANO SANTI, CHE LAVORA CON VOI ANCHE DAL VIVO, MENTRE LE FOTO PROMOZIONALI SONO STATE SCATTATE DA EMANUELA GIURANO…
– La nostra connessione con l’Italia si riduce a fiducia e chiarezza d’intenti. Stefano è il nostro fonico live da molto tempo e sa esattamente cosa questa band deve comunicare. Non idealizza nulla e ti dice subito quando qualcosa non funziona. Questa sincerità è rara, e quando lavori con qualcuno che conosce davvero il peso e la pressione della tua musica, diventa evidente che è la persona giusta per modellarla anche in studio. Ha affrontato il mix con la stessa prospettiva con cui ci gestisce dal vivo: il suono così come deve essere trasmesso.
Il contributo di Emanuela nasce dal suo essere stata presente. Era con noi durante le sessioni di registrazione, osservando l’atmosfera in tempo reale. Le fotografie riflettono quello stato interiore più che un’idea costruita. Il luogo che ha scelto in montagna aveva una durezza e un’elevazione che riecheggiavano lo spirito del disco e visivamente si è allineato naturalmente al lavoro di José, senza forzature.
In entrambi i casi, quindi, il loro contributo è stato una continuità. Erano abbastanza vicini da capire cosa servisse, ed eseguirlo senza diluire nulla. Questo ha reso il loro coinvolgimento non solo appropriato, ma essenziale.

POCO PRIMA DELL’USCITA DEL VOSTRO ALBUM, HA VISTO LUCE L’ATTESA BIOGRAFIA DI JON NÖDTVEIDT, LEADER DEI DISSECTION; UNA FIGURA CRITICABILE PER ALCUNI, AMMIREVOLE PER ALTRI, MA INDUBBIAMENTE COERENTE NELLA SUA VISIONE ARTISTICA E FILOSOFICA. QUAL È LA TUA OPINIONE SU QUESTA PUBBLICAZIONE? QUALE RUOLO HANNO OGGI PERSONALITÀ COME LA SUA NELL’EVOLUZIONE E PERCEZIONE DEL BLACK METAL CONTEMPORANEO?
– Jon comprendeva cose che la maggior parte non coglierà mai. Rispetto la sua dedizione, disciplina e il modo in cui ha vissuto pienamente secondo una visione intransigente. Il suo percorso era coerente, ma era il SUO percorso… il mio approccio è diverso nell’enfasi e nell’esecuzione. Non ho ancora letto la biografia, ma intendo farlo quando ne avrò l’opportunità. Figure come lui restano cruciali come indicatori di ciò che è possibile quando filosofia e musica convergono pienamente; continuano a sfidare e ispirare chi cerca qualcosa di più della mera estetica nel black metal.
Oggi, gran parte della scena ha perso questo focus. L’attenzione va alla superficie, allo spettacolo, mentre quell’energia grezza, disciplinata e intenzionale che definiva il genere è sempre più rara. Solo a volte si incontrano individui che puntano al vero avanzamento e alla profondità, qualità che danno al black metal il suo peso e significato.

GUARDANDOTI INDIETRO, C’È UN ALBUM DEGLI ENTHRONED CHE RITIENI SIA USCITO NEL MOMENTO SBAGLIATO O CHE MERITASSE PIÙ ATTENZIONE E COMPRENSIONE DI QUANTA NE ABBIA RICEVUTA?
– Enthroned è stato spesso frainteso, soprattutto negli ultimi vent’anni. Alcuni album forse hanno ricevuto meno attenzione di quanto meritassero, ma per noi è irrilevante. La band oggi è un’incarnazione completamente diversa rispetto agli inizi, quasi come due entità distinte se giudicate secondo gli standard della ‘comunità metal’. Vedo la nostra discografia come capitoli, ciascuno riflettente ciò che dovevamo esprimere in quel momento.
Non c’è mai stato un ‘momento sbagliato’ per pubblicare un disco; abbiamo semplicemente creato e condiviso ciò che era necessario per noi, senza preoccuparci di tendenze, approvazione o comprensione. È per questo che ogni album sta in piedi come deve: un resoconto intransigente di ciò che eravamo… non fa alcuna differenza. Rispondiamo solo a noi stessi.

QUAL È L’ULTIMO ALBUM BLACK METAL CHE TI HA VERAMENTE COLPITO? UNO CHE, A TUO AVVISO, HA SAPUTO OFFRIRE QUALCOSA DI DAVVERO AUTENTICO AL PANORAMA ATTUALE?
– Un solo album è difficile da scegliere, quindi ne cito tre che mi hanno lasciato un’ottima impressione.
Le uscite black metal recenti che mi hanno veramente colpito sono state “Black Medium Current” dei Dødheimsgard, “Lord of Flies” dei Death Like Mass e “Den Vrede Makt” dei Whoredom Rife. Tre album totalmente diversi, tre spettri differenti del black metal. L’ultimo dei Dødheimsgard è di gran lunga il più originale, innovativo e strano del lotto, ma in modo deliziosamente scomodo. Il lavoro de Death Like Mass incanala sensazioni, ha quell’energia e quell’essenza che non provavo da anni con un disco black metal… qualcosa di autentico era all’opera lì, mentre veniva realizzato.
E “Den Vrede Makt” dei Whoredom Rife è semplicemente un classico moderno, per me. Spunta tutte le caselle di ciò che un black metal tradizionale dovrebbe essere, e questa è una rarità oggigiorno.

NEGLI ULTIMI ANNI IL BLACK METAL SI È ESPANSO IN UN’AMPIA GAMMA DI DIREZIONI SONORE, CONCETTUALI E PERFORMATIVE. COME TI RELAZIONI A QUESTA EVOLUZIONE? RITIENI CHE ABBRACCIARE NUOVE FORME RAFFORZI L’ESSENZA DEL GENERE O RISCHI DI DILUIRNE I PRINCIPI FONDAMENTALI?
– Non mi pongo il problema… per me ciò che conta è l’onestà e la coerenza. Il black metal, che sia vecchio, nuovo o sperimentale, ha significato solo se riflette l’intento reale del creatore, non se è un tentativo di seguire una tendenza o compiacere un pubblico. Non mi interessa analizzare chi fa cosa e in che modo. Se la musica è genuina e coerente, parla da sé; se non lo è, la lascio a chi ci si rispecchia. L’autenticità è l’unica misura.

I VOSTRI CONCERTI HANNO SEMPRE AVUTO UN’INTENSITÀ RITUALISTICA. PER VOI UN LIVE È PRINCIPALMENTE UNA PERFORMANCE, UN RITUALE, UNA FORMA DI CANALIZZAZIONE DELL’ENERGIA… O RIMANE ANCORA INTRATTENIMENTO, IN UNA CERTA MISURA? CHE SIGNIFICATO HANNO OGGI I CONCERTI PER L’IDENTITÀ DEGLI ENTHRONED?
– Per noi un concerto è prima di tutto un rituale, un atto strutturato di energia e volontà. Non è intrattenimento nel senso convenzionale, anche se alcuni lo percepiranno così. Sul palco, la musica DIVENTA un condotto: la concentrazione collettiva della band e del pubblico canalizza l’intensità del lavoro, trasformandola in qualcosa di tangibile.
La performance esiste per manifestare l’intento, per dare forma alle correnti che coltiviamo in studio. I live rimangono essenziali per l’identità degli Enthroned, sebbene abbiamo deliberatamente limitato le nostre apparizioni. La qualità ha la precedenza sulla quantità. Non ha senso presentare il nostro lavoro dove non verrà compreso.
Preferirei esibirmi davanti a un pubblico che capisce davvero e risuona con ciò che il black metal è sempre stato, piuttosto che davanti a chi desidera solo vecchi classici o ‘un’altra band metal’. Così ogni performance diventa un’estensione autentica di ciò che facciamo: uno spazio dove non è solo ascoltata, ma vissuta e realizzata.

DOPO ASHSPAWN, QUALI SONO I VOSTRI PIANI PER IL PROSSIMO FUTURO?
– Dopo “Ashspawn”, abbiamo alcuni concerti selezionati programmati per il prossimo anno.
Ognuno di noi è anche impegnato in progetti personali, esplorando i propri percorsi creativi e individuali.
Per quanto riguarda Enthroned, abbiamo già iniziato a lavorare su nuovo materiale — e questa volta non passeranno sei anni. Il processo creativo non si ferma mai; la corrente deve continuare a fluire, e continueremo a incanalarla in musica, arte e rituali nel nostro modo intransigente.