di
Massimo Marino
L’attore aveva appena compiuto 74 anni: gli inizi alla fine degli anni ’70 al Centro Teatrale Roselle, poi la tv e il sodalizio con Turra. La sua comicità basata sui silenzi aveva affascinato anche Fellini
Se ne è andata la leggerezza apparentemente fragile è un po’ desolata che ci riempiva di un buonumore di altri tempi. È scomparso nella clinica Villa Paola, Luciano Manzalini, il «magro» dei Gemelli Ruggeri. Eraldo Turra, il suo Gemello, lo ha ricordato così sui social: «Luciano se ne è andato povero amico mio». Manzalini era nato l’1 gennaio e da poco aveva compiuto 74 anni.
Dalla chimica al teatro
Laureato in chimica, aveva iniziato, da dilettante di genio, alla fine degli anni ’70 al Centro Teatrale Roselle. Questo ragazzo un po’ triste si presentava con pose dimesse e cantava con lunghe, irresistibili pause «Love in Portofino» e altri brani in cui faceva con intelligenza il verso ai crooner, rivelando la comicità in canzoni di un’altra generazione e il dolore nascosto nella comicità. Per fare teatro aveva seguito alcuni suoi compagni all’Itc di San Lazzaro diretto da Roberto Cimetta. Poi vennero il «Gran Pavese Varietà» e varie trasmissioni televisive. Nei Gemelli lui faceva la parte di uno stralunato, demenziale, Stanlio, mentre Eraldo Turra era un Ollio tutto petroniano.
Una comicità di silenzi
Vennero i film di Croda, parodia dello stile sovietico decantante le gloriose conquiste del socialismo in un ipotetico paese in cui i due, per carenza di personale, facevano le parti più disparate. Ha recitato in film come «La voce della luna» di Fellini. La sua comicità era basata più sui silenzi che sulle parole: sulle espressioni, le controscene, gli sguardi. Con quel suo corpo, sempre più sottile negli anni, sembrava una improbabile figurina di fumetto, capace di scatenare uno schietto buonumore, che non si fermava alla superficie. Aveva pubblicato, con Pendragon, anche alcuni libri: «L’amore svenuto», di brevi poesie; «La felicità è un caso da risolvere», fatto di aforismi, forse la forma più congeniale al suo umorismo fulminante; «Dubbi di un presunto scrittore», raccontini «visibili a occhio nudo».
Gli porgiamo il nostro commosso saluto con un brano tratto da «Dubbi»: «C’è, nella vita, una specie di respiro comico. È interno alle cose. A volte emerge (come lo starnuto, come lo sbadiglio), e tutti possono percepirlo. Più spesso resta nel corpo delle giornate, nascosto nei gesti, nelle conversazioni, nei sentimenti che non riescono a prendere forma. Il talento dell’umorista sta tutto nella sintonia con quel ritmo nascosto: sa come percepirlo, lo scopre in ogni persona, e soprattutto lo coglie in se stesso».
Vai a tutte le notizie di Bologna
Iscriviti alla newsletter del Corriere di Bologna
13 gennaio 2026 ( modifica il 13 gennaio 2026 | 22:59)
© RIPRODUZIONE RISERVATA