Una realtà devastata dal virus della rabbia non è mai stato così struggente: il film di Nia Da Costa arriva al cinema regalandoci poesia, immagini mozzafiato e una grande interpretazione di Ralph Fiennes.

Lo abbiamo atteso con un certo timore: 28 anni dopo – Il tempio delle ossa arriva in sala riportandoci in un Regno Unito isolato e devastato da una mutazione del virus della rabbia. Un luogo dove i sopravvissuti devono fare i conti con infetti aggressivi, crudeltà umana e la necessità di procurarsi i più basilari beni primari. Ce lo aveva raccontato il primo capitolo di 28 anni dopo, che riprendeva le fila delle vicende dopo le pellicole dei primi Duemila e che ha riportato in regia e scrittura il sodalizio Danny Boyle/Alex Garland, uniti per dare nuova linfa a quella che, effettivamente, può essere considerata una loro creatura, un’avventura iniziata con l’ormai cult 28 giorni dopo.

Una scena del film
Quando la macchina da presa è passata in mano a Nia Da Costa, i nostri timori vertevano principalmente sul diverso stile tra la regista di Candyman e The Marvels e quello del regista di Trainspotting. Ma, senza troppi giri di parole, possiamo affermare che queste preoccupazioni si sono rivelate assolutamente infondate: Da Costa confeziona un film che non tradisce l’estetica del franchise e che contiene sequenze fatte di pura poesia.
Tra scienza e sopravvivenza: la trama
La storia riprende a pochissimo dalle vicende narrate dal lungometraggio precedente: Spike è stato catturato dagli adepti di Sir Jimmy Crystal e ora deve lottare per la sua vita, mentre il Dr. Ian Kelson tenta un’impresa tanto pericolosa quanto, apparentemente, impossibile. A spingere il dottore sono principalmente la solitudine e un’esistenza che per lui procede invariata e sterile giorno dopo giorno.

Ralph Fiennes in un’immagine de Il Tempio delle Ossa
Il suo obiettivo è riuscire a interagire con l’Alfa denominato Samson, un individuo spietato ma che, incontro dopo incontro, sedativo dopo sedativo, sembra dimostrarsi incuriosito da Kelson. Quando però crudeltà e falsi miti si uniscono, lo scenario non può farsi che ancora più cupo e disperato.
La filosofia di Alex Garland e il volto di Ralph Fiennes
A tornare, meravigliosa e struggente, è l’inconfondibile scrittura di Alex Garland. L’autore, sempre in grado di condensare nei suoi lavori un gran numero di tematiche dolorosamente attuali, qui imbastisce una storia fatta di follia e raziocinio, nella quale la solitudine è talvolta una benedizione e talvolta una condanna. L’emblematico personaggio del Dr. Kelson, interpretato da un Ralph Fiennes incredibilmente espressivo e in gran forma, può essere considerato fulcro e sintesi di questa nuova serie di film: un uomo pragmatico, dedito al metodo scientifico, ma che non ripudia i sentimenti; anzi, li accoglie anelando a ogni briciolo di umanità rimasta.

Ralph Fiennes nei panni del Dr. Ian Kelson
Quasi come una figura mistica, Kelson incarna l’intelletto e la compassione eppure, allo stesso tempo, anche la malinconia per la perdita di un mondo che non c’è più. Sua, anche stavolta, è una delle battute rivelatrici dell’intero film: alla domanda su cosa ricordasse del mondo di prima, lui risponde che “Il ricordo più vivo è che c’era un senso di sicurezza”. Quel senso di sicurezza che ancora proviamo da questa parte del mondo ma che, proprio come in 28 anni dopo, altro non è che una mera illusione, frutto di un falso senso di controllo.

L’Alfa in una scena
Sono questi i tocchi che rendono la scrittura di Garland e i suoi personaggi così profondi, autentici e per qualcuno anche respingenti: ci raccontano puntualmente i lati spiacevoli e fallimentari della nostra società senza buonismo, ma con la cruda potenza di un’analisi impietosa, chirurgica eppure, in qualche modo, poetica.
Una regia visiva e sonora
Veniamo adesso alla regia di Nia Da Costa, uno degli elementi che, per forza di cose, decreta la buona riuscita del lungometraggio. Come accennato, il timore che il cambio di mano potesse creare discontinuità si è rivelato inutile: la regista riesce a mettersi al servizio dell’estetica della saga pur mantenendo la sua cifra stilistica.

Il gruppo dei Jimmy
Anche se non copiosamente presenti come nel precedente film (girato per buona parte con l’iPhone), le sequenze più concitate fanno buon uso di action cam e camera a mano. Tuttavia, a colpire al cuore lo spettatore sono sicuramente le tante immagini potenti e suggestive che si fregiano di una composizione impeccabile, dove è possibile apprezzare appieno lo stile di Da Costa. Una menzione speciale va infine alla scelta delle musiche: una compilation eterogenea e ben studiata che accosta Radiohead, Duran Duran e Iron Maiden con sorprendente coerenza.
Conclusioni
28 anni dopo – Il tempio delle ossa arriva in sala e i timori per il cambio di regia rispetto al precedente capitolo si sono rivelati infondati: Nia Da Costa confeziona un’opera visivamente potente che rispetta l’estetica frenetica del franchise aggiungendovi una composizione poetica e d’impatto. Il film convince pienamente grazie alla scrittura profonda e arguta di Alex Garland e all’interpretazione magistrale di Ralph Fiennes, capace di incarnare la solitudine e la malinconia di un mondo perduto. Un sequel promosso a pieni voti, impreziosito da una colonna sonora eclettica e coerente.
Perché ci piace
- La scrittura di Alex Garland.
- La regia di Nia Da costa, a servizio della saga eppure poetica e personale.
- L’interpretazione di Ralph Fiennes.
- La scelta dei brani da aggiungere alla colonna sonora.
Cosa non va
- Non un vero e proprio difetto ma potrebbe scontentare chi non ama sangue e violenza.