C’è un momento della vita di ciascuno di noi che fa da spartiacque, simile a quella fase della carriera artistica che Pio e Amedeo stanno sperimentando. 

Benché l’etichetta dei “cattivoni” della satira all’italiana, è innegabile che alla regia di ‘Oi vita mia’, D’Antini e Grieco abbiano sorpreso positivamente pubblico e critica, oltre il conteggio degli incassi e il numero di spettatori.

Tra le pieghe della commedia, hanno stupito il pubblico con una narrazione in crescendo di una trama che in tutta la sua durezza e umanità, pur sostenuta da risate e ironia in salsa foggiana, ha svelato virtù e debolezze del rapporto tra giovani e anziani e dell’Alzheimer, argomento, quest’ultimo, narrato con grazia e profondo rispetto nei confronti di chi, come Mario, ha perso il possesso dei propri ricordi e a modo suo prova a recuperarli o a custodirli. 

Non che fossero sotto esame o dovessero dimostrare alcunché, ma aver agganciato la sfida della ‘macchina da presa’, peraltro nell’anno del ritorno sul grande schermo di Checco Zalone con Gennaro Nunziante alla regia, se non ha rappresentato un rischio, poco ci è mancato. 

Eppure l’hanno sfangata anche questa volta. 

Certamente ha premiato la scelta di puntare sul conterraneo Lino Banfi, un Nonno Libero con qualche anno e acciacco in più, affidandogli il compito di interpretare l’anziano ospite di una Rsa, affetto, appunto, da demenza senile. 

Ed anche la responsabilità del finale del film, con una interpretazione da pelle d’oca. 

Una intuizione che va nella direzione di ciò che potrebbero diventare e rappresentare Pio e Amedeo da qui in avanti: comici saggi, punti di riferimento, molto più attenti al politically correct del mainstream cinematrografico e a uno storytelling che evidentemente fa breccia nei cuori degli italiani.

Il richiamo al rispetto e alla dignità degli anziani, ma anche alla necessità di un ponte con i giovani, non è stato solo un espediente narrativo, ma una dichiarazione di intenti, che nella capacità di ritrovarsi dopo la tempesta, trova la chiave per superare le difficoltà della vita. Con l’amore, in un’altalena di emozioni e di fraintendimenti. 

Pio e Amedeo hanno portato al Cinema l’autenticità, segno distintivo del loro percorso di vita e artistico. 

La prima alla regia non è stata una gara al botteghino, nemmeno un banco di prova, ma la ricerca di una nuova luce e identità artistica: i due ‘Amici per sempre’ non sono più solo maschere televisive, ma autori che provano a guardare oltre e oltre il proprio personaggio.

Nemmeno si può e si deve ignorare il valore sociale dell’operazione cinematografica di ‘Oi vita mia’, poiché, portare la macchina da presa tra i vicoli di Vieste oppure a San Giovanni Rotondo, non è solo una scelta campanilistica, ma una maniera diversa di valorizzare il territorio. 

Coinvolgendo i luoghi, le maestranze e gli artisti locali, Pio D’Antini e Amedeo Grieco hanno trasformato il successo personale in un’opportunità collettiva, esportando l’immagine della Capitanata che piace al di fuori delle proprie mura, con un orgoglio mai banale.

Alla fine della fiera, la domanda nasce spontanea: dove potrebbero arrivare Pio e Amedeo? Saranno ‘registi per una notte’ o nuovi narratori della commedia agrodolce all’italiana? 

D’altronde visione, sensibilità, humour e idee, chiaramente non mancano ad entrambi.

Stravaganti e riflessivi, un pelino ancora troppo eccessivi, con ‘Oi vita mia’, D’Antini e Grieco hanno dimostrato una capacità d’analisi della vita e della morte che pochi hanno o hanno ancora il coraggio di mostrare per quella che è: imprevedibile, nuda e cruda. 

Senza filtri, con la sfrontatezza che li contraddistingue. Alla Pio e Amedeo.