Nella cultura religiosa islamica vi è una credenza molto radicata: quella della Sirât; una strada escatologica che, secondo lo stesso Corano (che la cita in quarantacinque differenti casi), l’uomo dovrà percorrere una volta che la via gli sia stata indicata da Allah. La via gli si parerà dinanzi agli occhi nel Giorno del giudizio nella forma di un ponte stretto e pericoloso, sottile come un capello e più affilato di una spada, la cui percorrenza determinerà il destino della sua anima: se la condanna infernale (Jahannam) o la salvezza paradisiaca (Jannah).

Si dice che tale credenza fosse scaturita, nel mondo arabo, da una suggestione sgorgata all’indomani della dominazione romana in Oriente; in particolare nel periodo del tardo Impero romano, intorno al 298 d.C., con l’Imperatore Diocleziano che, al termine delle campagne sasanidi di Galerio, ordinò di costruire una via di comunicazione lungo tutta la Siria e la Giordania nota agli storici come Strata Diocletiana.

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Ecco, è chiaro a questo punto come la scelta di quell’unica parola che va a inquadrare il titolo della quarta regia di Óliver Laxe sia tutto meno che una comune casualità. È evocazione, un’inequivocabile dichiarazione di volontà e intenti che va a prefigurare i contorni di un’opera profonda e intensa in grado di scuotere sin nel profondo l’animo dei suoi spettatori. Di sicuro è stato così alla 78esima edizione del Festival di Cannes, dove Sirât ha guadagnato il Premio della giuria ex aequo con Il suono di una caduta, di Mascha Schilinski (che vedremo al cinema soltanto a fine febbraio).

La prima idea

La storia di Sirât è molto semplice, nelle sue intenzioni preliminari, ossia quella di Luis (Sergi López) ed Esteban (Bruno Núñez), un padre e un figlio la cui ricerca della propria figlia e sorella, Marina, li porta sin nelle viscere del Nord Africa. Le montagne dell’Atlante del desertico Marocco meridionale sono l’ultimo luogo in cui è stata avvistata prima che svanisse nel nulla, tra le feste infinite e le notti insonni dei rave party. Circondati dalla musica elettronica e da un senso di libertà crudo e sconosciuto, Luis ed Esteban distribuiscono la sua foto più e più volte, ma i risultati sono vani.

Questo, finché non si imbattono in un gruppo di raver – Steff (Stefania Gadda), Josh (Joshua Liam Henderson), Bigui (Richard Bellamy), Tonin (Tonin Janvier) e Jade (Jade Oukid) – diretti verso quell’ultima festa in programma che potrebbe permettere il ritrovamento di Marina, e scacciare quella sensazione perenne di dolore. Più si avventurano nel deserto, però, più la speranza finisce con il dissiparsi.


UN PADRE E UN FIGLIO, IL CUORE DEL FILM.

Sirât è prodotto da El Deseo, che il regista Pedro Almodóvar ha fondato assieme al fratello Agustín nel 1985, ed è il candidato spagnolo agli Oscar per il Miglior film internazionale. Un percorso lunghissimo partito dal risultato del festival francese e che fa sorridere e riflettere, se si pensa alla prima stesura del copione firmata da Laxe nel lontano 2011. In quel momento l’ipotetico Sirât sarebbe dovuto essere un film incentrato su una gara di camion nel deserto, che se la mente dei cinefili più vivaci potrebbe subito ricondurre all’immortale Vite vendute, di Henri-Georges Clouzot; tuttavia il risultato è più vicino a un esotico punto di incontro tra Fast & Furious e le folli corse animate di Wacky Races.

Tra Vite vendute e Fury Road

La differenza, in Laxe, l’ha fatta la lavorazione del secondo film: quel Mimosas, western religioso che stupì la Semaine de la Critique durante la 69esima edizione del Festival di Cannes, ambientato sempre nelle rocciose dune marocchine e gemellare, nell’introduzione degli elementi legati alla cultura rave e nell’ispirazione religiosa, a Sirât. Quest’ultimo, a sua volta, ha finito col trasformarsi in un’odissea di formazione che segue il destino di un individuo in esilio interiore, ridotto alla solitudine, mentre attraversa un deserto sia letterale sia metaforico.

Un’opera tanto ipnotica, sensoriale e radicale quanto essenziale, cruda e simbolica nello stile registico di cui Laxe si serve nell’intessere un racconto di portata universale e sorprendentemente originale. Ci sono il vagabondaggio fisico, il dolore della perdita, i confini e i limiti – territoriali, oltre che fisici – e il tema del viaggio che l’impianto narrativo da road movie sporco e polveroso del cineasta finisce col rendere manifestazione tangibile dell’arco di trasformazione degli agenti scenici.


nel corso del viaggio, i personaggi andranno incontro a diverse trasformazioni.

Su di esso – da fiero sostenitore di un minimalismo registico rigoroso ma poetico, rievocativo in parte dello stile di Andrej Tarkovskij – Laxe dà forma a immagini limpide e pure, oniriche nella coltre di luce biblica che le avvolge e compenetra, di cui si serve per catturare paesaggi, elementi, volontà e materie di forze selvagge e incontrollabili dagli uomini comuni. È il registro scelto, però, a rendere Sirât un’opera degna di menzione nel suo umanismo radicale.

Parte fortissimo, infatti, travolgendo e inglobando lo spettatore sin dentro l’immagine con le sue sonorità elettroniche martellanti, per poi affievolirsi sempre di più – nel ritmo come nello spirito – lasciando ai silenzi del deserto e ai suoi scarni suoni e ambienti diegetici il compito di accompagnarlo in un’esperienza cinematografica molto potente. Il perfetto punto d’incontro tra l’anima tragica di Vite vendute, quella lisergica di Gaspar Noé, l’introspezione esistenziale di Zabriskie Point e quella rock e spettacolare di Mad Max: Fury Road.

Sirât è disponibile al cinema.

Che con Sirât ci saremmo trovati di fronte a un’opera profondamente originale era chiaro già dalle prime immagini promozionali; il responso dorato di Cannes 78 non ha fatto altro che amplificarne gli effetti e la curiosità tra i cinefili. Óliver Laxe è riuscito nell’impresa di realizzare un’opera dal tasso esperienziale altissimo, in grado di unire riflessioni sull’umano e sul divino, sul caso e sul destino, sul senso di collettività e sul valore dell’individualismo. Un road movie da cui è praticamente impossibile uscire indenni.