di
Lorenzo Cremonesi

Superati i 1.418 giorni del «grande conflitto patriottico» dell’Urss contro il Terzo Reich: l’Armata resta impantanata nel Donbass. Putin bombarda le città ucraine e macina le vite dei suoi soldati. Pace lontana

L’aggressione russa contro l’Ucraina da lunedì ha superato i 1.418 giorni che durò complessivamente la guerra tra l’Unione Sovietica e il Terzo Reich 85 anni fa. Vladimir Putin con la sua «operazione militare speciale», ispirata dallo slogan della sua propaganda per la «denazificazione del governo di Kiev», sognava, s’illudeva di replicare i successi della «grande guerra patriottica», i cui valori e insegnamenti accompagnarono i suoi primi passi da giovane funzionario del Kgb tra Berlino Est e Dresda. Ma si è ritrovato a dover gestire un inaspettato e logorante conflitto dagli esiti incerti: non deve perderlo, ne va probabilmente della sua stessa vita, ma non sa come vincerlo. Così continua a bombardare le città ucraine e a macinare soldati sui campi di battaglia.

Il trionfo sovietico di allora, quando paragonato alla pochezza militare odierna, getta ombre scure sulle utopie della Russia neo-imperiale putiniana. Basti pensare a un semplice fatto: dal 1941 al 1945 le divisioni di Stalin passarono dalla difesa al contrattacco finale, si ritirarono dal confine polacco, resistettero a Stalingrado, impedirono la presa di Mosca e poi arrivarono fino a Berlino; ma nello stesso lasso di tempo oggi i soldati di Putin si stanno dissanguando nelle trincee del Donbass, ancora non riescono a prendere ciò che resta delle macerie di Pokrovsk o Kupiansk (nonostante averle dichiarate vinte più volte negli ultimi mesi) e si sono ritirati quasi subito dalle conquiste iniziali nelle regioni di Kiev e Kharkiv.
 
Volodymyr Zelensky lo ha detto a chiare lettere lunedì nel suo consueto discorso serale trasmesso alla popolazione: «La follia della guerra voluta da Putin non ottiene i suoi obiettivi e sta invece replicando gli orrori della prima metà del Novecento». Il presidente ucraino coglie ogni occasione per rassicurare la popolazione, mentre i droni e missili russi paralizzano l’energia, manca l’acqua corrente, si bloccano i sistemi di riscaldamento centralizzati con temperature esterne che scendono sino a -22°. Ogni mattina i portavoce dell’aeronautica militare tracciano il bilancio delle vittime sotto i bombardamenti e riportano i numeri dei raid nemici. Sostiene Zelensky: «I russi volevano ripetere lo slogan, per cui “possiamo farlo ancora”, riferendosi alle vecchie parole d’ordine sovietiche antinaziste. In realtà qualche cosa sono riusciti a riproporre: hanno ripetuto gli abusi contro popolazioni intere, hanno replicato il fascismo, hanno rilanciato quasi tutti i crimini peggiori consumati nel secolo scorso. In più, hanno inventato la guerra con i droni Shahed e i nuovi modelli di missili contro le centrali elettriche e i boiler nelle case private».



















































Ieri almeno quattro civili sono morti sotto gli attacchi russi a Kharkiv. Zelensky ha gioco facile nel riprendere ciò che parecchi commentatori ucraini e persino alcuni blogger russi stanno postando in rete: l’Armata Rossa dalla linea di difesa sul fiume Don prese l’Europa orientale prima di arrivare alla capitale tedesca, avanzando per migliaia di chilometri e imponendo un nuovo status quo in Europa destinato a durare sino all’implosione dell’Urss nel 1991; nello stesso lasso di tempo Putin, «che voleva prendere Kiev in 3 giorni nel 2022, oggi sta cercando di negoziare per impadronirsi di Kupiansk e Kramatorsk, che non riesce a occupare con il fucile». In questa guerra di logoramento continua la sfida per il Mar Nero. Lunedì Kiev ha accusato Mosca di avere attaccato due navi cargo battenti bandiera di Panama e San Marino. Ieri i droni ucraini hanno preso di mira tre petroliere dirette ai porti russi e un’altra nel Mar Caspio.
 
Gli osservatori militari occidentali ribadiscono che il numero di soldati russi morti, feriti o dispersi dal febbraio 2022 potrebbe essere un milione e 200mila, circa il doppio di quelli ucraini. I russi nelle ultime ore sono avanzati nel settore di Pokrovsk, ma si parla di poche centinaia di metri e il gelo blocca i soldati nei bunker. Zelensky commenta che sono i soldati ucraini a combattere, però resta «indispensabile il sostegno americano ed europeo». Ieri ha spiegato che i suoi inviati stanno finalizzando il pacchetto di garanzie di sicurezza che dovrebbero offrire gli americani in caso si arrivasse alla ripresa dei negoziati con Mosca per terminare la guerra. Se ne parlerà la settimana prossima al summit di Davos, dove è previsto un suo faccia a faccia con Trump. Ma su questo tema a Kiev ci si fa poche illusioni. «Credo vi sia qualche possibilità di arrivare a un cessate il fuoco entro il 2026, però non di concludere un accordo di pace», dichiara Dmytro Kuleba. Tracciando un parallelo con la tregua tra Israele e Hamas, l’ex ministro degli Esteri ucraino sottolinea che in quel caso le due parti erano motivate a bloccare i combattimenti. «Ma non ci sono le stesse condizioni tra Mosca e Kiev. La Russia è convinta di poter ottenere i suoi obiettivi con mezzi militari. L’Ucraina valuta invece di poter resistere. Trump media tra Zelensky e Putin senza successo. E ciò per il fatto che i due fronti ricevono aiuti esterni. Con la Russia c’è la Cina. E al fianco degli ucraini ci sono gli europei. E sino a quando Ucraina e Europa faranno fronte comune, Trump non potrà fare breccia». Le prospettive? «Forse soltanto a fine febbraio si potrebbero riprendere i negoziati».

14 gennaio 2026