In attesa di diventare, l’anno prossimo, Capitale italiana della Cultura, Pordenone in questi giorni si propone come capitale della fotografia: alla Galleria Harry Bertoia, al Museo Civico d’arte e ai Mercati Culturali la città offre al suo pubblico ben quattro mostre dedicate a questa arte espressiva, un progetto culturale teso a creare un dialogo tra i grandi maestri della scena contemporanea internazionale accomunati dal titolo “Sul leggere”.
A Pordenone un omaggio a Robert Doisneau

La più importante è quella intitolata “Robert Doisneau. Lo sguardo che racconta”, dedicata al noto maestro francese (1912-1994), curata da Gabriel e Chantal Bauret mentre la selezione delle opere è stata in gran parte effettuata dall’Atelier Robert Doisneau. L’allestimento segue un percorso cronologico che, assieme a opere molto note, include una serie inedita dedicata a un reportage realizzato dall’autore nel 1945 presso i laboratori di arazzi di Aubusson (Creuse). Questa parte della mostra è arricchita dalla proiezione di un estratto dal documentario di Patrick Cazals, Doisneau delle città, Doisneau delle campagne (1993), nel quale gli spettatori possono seguire l’artista nel suo viaggio verso Aubusson. La mostra si avvale, inoltre, di alcune fotografie a colori realizzate a Palm Springs per la rivista “Fortune”, un progetto sulla Loira e un altro sulla periferia urbana.
La strada come palcoscenico



La strada è il contesto preferito dall’artista, che trasforma in un vero e proprio palcoscenico, rivelando la sua indole giocosa: tra questi scatti ricordiamo l’ormai leggendario Baiser de l’Hôtel de Ville. Accanto a personaggi anonimi non mancano grandi artisti come Pablo Picasso e personaggi dello spettacolo come Sabine Azéma, ma anche momenti storici importanti come la Liberazione di Parigi.
La mostra è completata da opere e reportage che risalgono all’ultimo periodo della sua carriera. Nell’allestimento è presente un montaggio fotografico di forte impatto, così come dettagli ingranditi di diverse fotografie con l’intento di invitare i visitatori a interagire con la texture delle immagini.
A Pordenone si racconta una storia

Le stampe, per la maggior parte in bianco e nero alla gelatina d’argento su carta baritata sono per lo più vintage, alcune realizzate dal fotografo stesso e quindi di inestimabile valore. Alcune delle stampe più recenti sono state realizzate dal suo stampatore abituale.
Altri due video arricchiscono il precorso espositivo: una conversazione del curatore Gabriel Bauret con le due figlie di Doisneau, Francine e Annette, condotta nello studio dove lavorano per promuovere l’eredità del padre, e un’intervista, sempre al curatore Bauret, nella quale descrive la mostra e le scelte operate sul vasto materiale conservato nell’Atelier.
Le prime fotografie


La mostra si apre con una sezione dedicata alle prime fotografie (1929-1939), che già dimostrano la sua caratteristica principale: quella di offrire una rappresentazione della realtà umana e sociale in continuo mutamento. All’inizio, come ricordava l’artista stesso, la sua osservazione del mondo era caratterizzata da una certa timidezza: le sue inquadrature riprendono le persone da una certa distanza. Comincerà poi a fotografare i bambini con i quali riesce a creare più facilmente maggiore complicità. Sarà il suo impiego, nel 1934, come fotografo industriale per le fabbriche Renault, che lo avvicinerà al mondo operaio: uomini e donne che in seguito popoleranno anche le immagini che scatterà nei quartieri periferici di Parigi. Come ha scritto Jean-Claude Renard (2003): «Esseri che parlano di se stessi, che raccontano, che Doisneau segue non con voyerismo, ma con complicità, con comunione, in un faccia a faccia senza artifici.».
Quando si chiedeva a Doisneau dei suoi inizi nella fotografia, egli menzionava subito la scuola della strada: «È lì che bisogna andare.». Era molto più ricca e affascinante di qualsiasi altra formazione scolastica, vi trovava bellezza, disordine e bagliore che lo seducevano. Ebbe a dire, infatti: «Si arriva in un luogo che sembra giusto, dove le cose si compongono armoniosamente nello spazio. Ci si delimita l’inquadratura… E poi si aspetta, con una sorta di speranza completamente folle, irragionevole, che le persone vengano a mettersi dentro.».
A Pordenone gli anni ’40 di Doisneau

Una seconda sezione è intitolata “La nascita di uno stile. Gli anni Quaranta”. Qui i suoi scatti rappresentano una società che rinasce dopo la guerra: il suo sguardo si sofferma sugli ambienti modesti e popolari con i quali mantiene uno stretto contatto. Si tratta di uno sguardo empatico che è stato definito “umanista”, perché metteva sempre al centro l’uomo (e la donna, naturalmente).
La terza sezione è dedicata, come si è accennato, al reportage ad Aubusson, una cittadina della Francia centrale famosa all’epoca per i suoi laboratori tessili. Doisneau documenta il lavoro degli operai, seguendo le varie fasi che costituiscono la catena di produzione degli arazzi.
In mostra a Pordenone Mademoiselle Anita

Una sezione si intitola “I capolavori degli anni Cinquanta”. Qui le sue fotografie catturano le atmosfere dei bistrot che l’artista frequenta con amici come Robert Giraud. Da ricordare il ritratto di Mademoiselle Anita: una delle immagini più emblematiche di quel mondo.
Ai paesaggi e ai ritratti è dedicata la sezione successiva: qui sono esposte le fotografie scattate sulla Loira, che saranno pubblicate all’interno della collana “Journal d’un voyage”, diretta dal fotografo Jeanloup Sieff.
Il passaggio al colore

L’ultima sezione documenta il passaggio dal bianco e nero al colore, in occasione del già citato incarico affidato a Doisneau dalla rivista “Fortune” al fine di documentare la vita quotidiana in una ricca residenza di Palm Springs in California. Nonostante l’artista non si trovi a suo agio in questo ambiente benestante, o proprio per questo, alcuni scatti rivelano la sua caratteristica ironia.
Sempre a Pordenone da Doisneau a Palazzo Ricchieri

Conclusa la visita alla mostra di Doisneau basta attraversare la strada per entrare a Palazzo Ricchieri, dove ha sede il Museo Civico d’Arte, che ospita le altre tre mostre fotografiche del progetto “Sul leggere”: una dedicata al fotografo giapponese Seiichi Furuya (1950), intitolata “Face to Face”, legata alla perdita della moglie Christine e alla sua memoria, che sarà aperta al pubblico fino all’8 febbraio prossimo.

Fino al 6 aprile in questa sede si potrà visitare la mostra della fotografa britannica Olivia Arthur (1980), conosciuta per il suo lavoro documentaristico e per l’approccio personale, intimo e umanista con cui racconta le sue storie, concentrando la sua ricerca su temi legati alla condizione femminile.

Dal 14 febbraio al 6 aprile sarà aperta sia a Palazzo Ricchieri che ai Mercati Culturali, invece, la mostra di opere dell’austriaca Stefanie Moshammer (1988), un percorso multiforme e intimo, tra le tracce della memoria familiare e il valore affettivo delle cose quotidiane. Il suo lavoro fonde l’esperienza personale con l’osservazione sociale, esplorando temi legati all’identità, ai ruoli di genere, all’ambiente.