“Non ho paura di morire, ho paura di non vivere”.

È il verso più citato di Cella 1, la canzone con cui Baby Gang Zaccaria Mouhib, classe 2001, origini marocchine entra nell’immaginario collettivo. Una frase che attraversa social, citazioni, magliette, murales. Non è un grido di sfida, ma di sopravvivenza. In quelle parole c’è l’intero manifesto di una generazione che non si fida più di nessuno. Zaccaria cresce tra Lecco e Milano. Comunità, scuole interrotte, assistenti sociali, tentativi di reinserimento falliti. “In comunità impari a sopravvivere, non a crescere”, racconterà poi. A tredici anni scappa più volte, conosce la galera minorile e la rabbia come unica grammatica. Intorno a lui una periferia densa di dialetti, odori e sogni spezzati: lì si impara che l’apparenza è un’arma e la fedeltà un dovere. È da questo mondo che nasce il codice Maranza: catene, tute, slang, sguardo fisso. Un universo che fonde orgoglio, marginalità e desiderio di riconoscimento. Baby Gang lo trasforma in musica. Dal 2018 pubblica brani su YouTube: Educazione, Blitz, Lecco City, Cella 1. In Educazione scrive: “Non mi hanno insegnato la vita, me l’ha insegnata la strada”. In Blitz rivendica: “La mia famiglia è la gang, la scuola è la cella”. La sua voce è ruvida, ma vera.

Il successo è immediato. Le piattaforme digitali moltiplicano il pubblico, le sue canzoni diventano inni. Su TikTok milioni di ragazzi ne imitano gesti e frasi. Le storie Instagram si riempiono di versi come: “Vi amo, ma nessuno ci capisce”. In pochi mesi il nome Baby Gang supera i confini della Lombardia: la periferia ha trovato il suo profeta. Nel 2021 arrivano i primi guai giudiziari. Rapine, risse, armi, accuse da chiarire. Ogni processo diventa spettacolo. Quando i Carabinieri lo arrestano nel settembre 2025 a Milano, i fan rispondono con murales e hashtag: #FreeBabyGang. Le visualizzazioni raddoppiano, gli stream su Spotify esplodono. L’Italia si divide: artista o criminale? Simbolo o minaccia?

La verità è che Baby Gang non è un caso isolato, ma l’epicentro di una scena. Intorno a lui ruota un gruppo di coetanei che rappresenta la nuova generazione della trap lombarda.

Rondo Da Sosa, Simba La Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme.