di
Enrico Marro

Il Rapporto di Itinerari previdenziali: l’aumento dei lavoratori ha sostenuto le entrate. Il sistema previdenziale regge, mentre l’assistenza è fuori controllo. Dannose le deroghe all’adeguamento alla speranza di vita

Il sistema pensionistico italiano è, per il momento, sostenibile. Ma, in prospettiva, per via del declino demografico, serve aumentare il numero di occupati, attraverso politiche che favoriscano l’inserimento di più giovani e donne nel mercato del lavoro, ma anche la permanenza in attività dei lavoratori più anziani. Allo stesso tempo, bisogna riequilibrare il rapporto tra spesa previdenziale e assistenziale. Mentre infatti la prima si mantiene sotto controllo, il capitolo «assistenza» continua a gonfiarsi: nel 2024 sono stati 180 i miliardi a carico della fiscalità generale trasferiti dallo Stato all’Inps per oneri assistenziali, interventi a sostegno delle famiglie, decontribuzioni, con una spesa che, dal 2008 a oggi, è cresciuta 3 volte più rapidamente di quella per le pensioni. Questi, in estrema sintesi, i contenuti dell’ultimo Rapporto del centro studi Itinerari Previdenziali presieduto da Alberto Brambilla, presentato alla Camera.

Pensioni

Il rapporto intende frenare gli allarmismi sulla tenuta del sistema pensionistico: nel 2024, si sottolinea, le entrate contributive sono aumentate, anche per via dell’incremento degli occupati, delle ore lavorate (+2,8%) e dei salari (+3,4%) ed è migliorato il saldo tra entrate e spese per prestazioni, seppur ancora negativo per quasi 26 miliardi (al lordo delle trattenute Irpef, pari a 71 miliardi). La spesa è stata di 286,14 miliardi (+18,7% sul 2023). Le entrate contributive hanno raggiunto 260,59 miliardi. 
L’aumento dell’occupazione ha inciso positivamente anche sul rapporto tra lavoratori e attivi e pensionati, che ha toccato il record storico, con 1,47, benché ancora sotto l’1,5% indicato come «soglia di sicurezza» per la stabilità di medio-lungo periodo del sistema. 
Tale rapporto potrà comunque ancora migliorare, si legge, a patto di frenare le misure che consentono di andare in pensione prima dell’età di vecchiaia (67 anni), come erano Quota 103 e Opzione donna che negli ultimi anni hanno fatto scendere l’età media effettiva di pensionamento anticipato da 62,4 anni nel 2019 a 61,7 anni nel 2024.
In generale, nel 2024 i percettori di pensione sono stati 16,3 milioni (+0,47% sul 2023) mentre le pensioni in pagamento hanno superato di poco i 23 milioni (+0,42%) grazie anche all’aumento delle pensioni assistenziali (4,6 milioni) e indennitarie Inail (613mila). «Le prestazioni assistenziali – sottolinea Brambilla – sono la principale causa dell’aumento dei pensionati». 



















































Sistema sostenibile

«I conti della previdenza reggono, e dovrebbero farlo anche tra 10-15 anni, quando la maggior parte dei baby boomer nati dal Dopoguerra al 1980 saranno andati in pensione», dice Brambilla. L’equilibrio però è sottile e potrà essere mantenuto solo tenendo fermo l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, come prevede la legge, senza deroghe (come quelle intervenute anche con l’ultima legge di Bilancio, che ha diluito su due anni, il 2027 e il 2028, l’aumento di tre mesi che doveva scattare nel ’27). Anche perché, vivendo più a lungo, aumenta il periodo in cui si prende la pensione: ormai il 33% delle prestazioni dura più di 20 anni, mentre ci sono 800mila persone che stanno prendendo la pensione da più di 40 anni. Bisogna inoltre, sostiene il Rapporto, favorire l’aumento degli occupati, anche di quelli in età avanzata, prevedendo «uscite flessibili dopo i 67 anni e investimenti in prevenzione e tecnologie che facilitino l’operatività degli over 60».  Dovrebbero essere investiti qui, suggeriscono i ricercatori, i soldi pubblici anziché in decontribuzioni e altre agevolazioni contributive, che costeranno 500 miliardi nei prossimi 10 anni, senza che producano risultati tali da giustificare la spesa, dice il Rapporto.

Assistenza fuori controllo

Sulla stessa scia, andrebbero almeno poste sotto controllo le spese per l’assistenza. Nel 2024 l’Italia ha complessivamente destinato alla protezione sociale, pensioni, sanità, assistenza, sostegno ai redditi e welfare negli enti locali, 628 miliardi di euro, con un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente: la spesa per il welfare ha assorbito oltre la metà di quella pubblica totale, il 56,65%. Nello stesso periodo, l’inflazione è salita del 24% e il Pil del 35,8%.  Rispetto al 2012, e dunque nell’arco di dodici anni, la spesa sociale è aumentata di 195,67 miliardi (+45%). Limitandosi al solo sistema previdenziale, le prestazioni totalmente o parzialmente assistenziali sono 8,2 milioni, ovvero una su due (dentro ci sono invalidità, indennità di accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra, integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali) in capo a 7,2 milioni di pensionati per un costo di circa 35,8 miliardi l’anno, sottolinea Brambilla. Che aggiunge: escludendo dalla spesa previdenziale quella assistenziale e considerando le trattenute Irpef «il bilancio pensionistico sarebbe positivo per ben 60,9 miliardi di euro». Per contenere la spesa assistenziale, dice il Rapporto, bisognerebbe avere almeno una banca dati centralizzata dell’assistenza erogata sul territorio non solo dallo Stato ma anche da Regioni, Comuni e altri enti locali e riformare l’Isee, un indicatore «facilmente raggirabile». 

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14 gennaio 2026 ( modifica il 14 gennaio 2026 | 17:33)