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Sente già la mancanza del campo, ma oggi la priorità è una sola: guarire completamente. Gianluca Galassi si è operato nei giorni scorsi per un tumore al testicolo, dopo un mese vissuto in riservatezza sulle sue condizioni. Non si è fermato fino all’intervento, venendo eletto anche MVP nell’ultima partita contro Cuneo. Il centrale di Piacenza racconta cosa accade nella testa di un atleta due volte campione del mondo con la Nazionale quando il corpo impone di rallentare e fermarsi. Ha scelto di parlare in prima persona per gestire la comunicazione sul suo stato di salute e lanciare un messaggio concreto sulla prevenzione ai più giovani. In questi giorni trova forza negli affetti di casa: la fidanzata Laura, il figlio Leonardo e il cane Rey. Ora attende i risultati degli esami e prepara il rientro, con l’obiettivo di tornare a giocare il prima possibile.


APPROFONDIMENTI

Come sta oggi?

«Bene, sempre meglio. Mi rende felice iniziare a sentire il mio corpo reagire sempre di più dopo l’operazione».

Sono state settimane durante le quali ha dovuto ricalibrare un po’ tutto, ascoltando il proprio corpo. Dai primi dolori agli esami, ha giocato ancora fino all’intervento. Come ha vissuto questo mese?

«È stata una bella montagna russa. Sicuramente è stato difficile l’inizio con la prima diagnosi, quando ho parlato con l’urologo. Il dottor Musi mi ha dato due numeri: 99,9, che è la percentuale di guarigione da questo brutto male, e 90, la percentuale che fosse qualcosa di serio rispetto a un 10% che non lo fosse. Da lì è iniziato un periodo per somatizzarlo e accettarlo, processo nel quale la pallavolo mi ha aiutato molto. Non pensavo di riuscirci ma, quando giocavo, ero molto concentrato e non ci pensavo più di tanto. Ho vissuto un bellissimo mese di grandi prestazioni e questo mi ha aiutato, secondo me, a vivere la mia vita normalmente, anche se sapevo che ci sarebbe stato un giorno in cui mi sarei dovuto fermare per operarmi e aspettare».

Come atleta ha vinto due volte il Mondiale e nell’ultima partita prima dell’intervento è stato eletto Mvp. A livello psicologico, come ha accolto il segnale del corpo che le diceva di rallentare e fermarsi?

«Non è stato facile. È stata fondamentale la mia fidanzata, che mi conosce molto bene. Mi ha detto una cosa che mi ha fatto ragionare e mi ha segnato. Sono stato solo una notte in ospedale e, quando sono tornato a casa, ero un po’ acciaccato. Già di mio non ho la carnagione abbronzata: quel giorno avevo una brutta faccia ed ero proprio bianco cadevere. Mi ha chiesto se stessi giù di morale per quello che avevo, per l’operazione, o se perché fisicamente non stavo bene. Noi sportivi siamo molto umorali sotto questo punto di vista: il non sentirci bene fisicamente ci cambia in primis la performance e poi l’umore. Se giochi bene sei felice, sennò sei triste. Io mi sono reso conto che il punto era quello: avevo già accettato questo male, lo avevo già somatizzato nel mese precedente. Più che l’operazione, dovevo accettare di non riuscire a mettermi i calzini. Da lì mi è scattato qualcosa e ho iniziato a vivere molto meglio, perché ho avuto un po’ più di pazienza con il mio corpo. Ora mi trovo molto meglio sia fisicamente che di umore».

Post operazione, com’è cambiata la lettura dei segnali che le dava il corpo?

«A causa della cicatrice non riesco a fare alcuni movimenti o, per esempio, faccio fatica a tossire. Una bella differenza l’ho sentita. Io il 3 gennaio ho giocato la mia ultima partita, il 4 abbiamo avuto giorno libero e il 5 mi sono allenato. Ho seguito la settimana come se tutto fosse normale, poi il 6 i ragazzi sono partiti per la Repubblica Ceca e io sono rimasto a casa.

Fino a due giorni prima dell’intervento ho continuato a svolgere la mia attività regolarmente, come se non avessi avuto niente»

Polonara, Acerbi e Sintini sono solo alcuni degli sportivi che hanno affrontato la malattia e alcuni di loro sono tornati in campo in modo vincente. La loro storia è stata per lei una spinta?

«È stata una delle prime cose di cui mi ha parlato il dottore della società, nel momento in cui è mi è stata diagnosticata questa cosa, o si presumeva lo fosse. Mi sono interessato e mi dispiace per tutte le persone che l’hanno avuto però in molti, anche tra i miei ex compagni o colleghi, sono tornati a giocare. La percentuale del 99,9% di cui parlavo rappresenta proprio questo e credo sia il numero più importante. Oggi so che, se facciamo tutte le cose per bene, potrò tornare a giocare. Mi hanno raccontato le loro esperienze Polonara, Sintini e altri ragazzi con cui ho parlato: mi hanno spiegato anche il loro decorso medico. Sono esempi che mi porto avanti per tornare il prima possibile».

Ha parlato anche con Jack Sintini?

«Sì, lo conosco da tanti anni perché lui era tornato in campo e aveva vinto lo Scudetto a Trento quando io ero nelle giovanili della squadra. Ero ancora un ragazzino pieno di capelli, quindi ci conosciamo da tanti anni. Mi ha scritto un bellissimo messaggio dicendomi che per qualsiasi cosa lui c’è. Se ho bisogno di parlare o di sfogarmi, posso chiamarlo»

Il campo lo vede come un traguardo da raggiungere o un percorso da rispettare per fare le cose graduali?

«Il campo mi manca. Ieri sono andato dai miei compagni, li ho salutati e sono stato un po’ in campo con loro, rivivendo lo spogliatoio, la sala fisioterapia, tutto quello che c’era prima. Sono una persona molto razionale, credo sia questa la definizione più grande di me stesso. Sono convinto che debba rispettare un percorso: ci sono dei passaggi da fare e in questo momento la cosa più importante e la mia salute. Prima di tutto devo guarire al 100%, perché quando si parla di tumori c’è sempre un po’ la paua delle recidive, la possibilità che “l’ospite” torni».

Punta a chiudere la stagione in campo?

«La mia idea è questa, e anche quella dei dottori. Sto facendo le analisi e gli esami: sto aspettando un incontro finale con l’urologo per capire come proseguire. Capiremo effettivamente se è tutto a posto e lì inizierò a pensare al campo e a tornare il prima possibile. Se l’operazione è bastata, i tempi si riducono veramente tanto. Se dovessi fare delle terapie, non mi sono ancora chiesto cosa succederà perché sto vivendo tutto passo dopo passo. Sarà un processo graduale che, nel migliore dei casi si può chiudere in tre settimane o un mese. Mi fido ciecamente del mio staff qua a Piacenza e sono sicuro che faremo tutto il possibile, con i tempi giusti»

Ha voluto comunicare l’intervento con un video sui social pubblicato insieme alla società. Lo ha fatto più per proteggere la sua privacy o gli altri dalla notizia?

«Come ho detto nel video ringrazio Piacenza per la riservatezza che siamo riusciti a mantenere. Mi piaceva che le persone lo sentissero dalla mia voce e non lo leggessero in un comunicato con una mia foto. Ci tenevo tanto anche per mandare il messaggio della prevenzione. Rimpiango, però, di non averlo detto a tante persone a cui mi sarebbe piaciuto dirlo di persone quando avrei avuto la possibilità. Ancora non mi capacito se non l’ho fatto per mancanza di coraggio o per cercare di mantenere questa riservatezza. Veramente, al di fuori di Piacenza, lo sapevano solo la mia famiglia e la famiglia della mia fidanzata».

Nella reazione dei compagni e dei tifosi, c’è qualcosa che l’ha colpita?

«Veramente tanto: messaggi da tantissime persone, e me ne sono salvati diversi, i più belli.  Ho ricevuto tantissimo affetto, una cosa meravigliosa, che mi ha aiutato soprattutto nei giorni post operazione. Posso parlare dei miei compagni di nazionale perché sono le persone con cui ho avuto a che fare più recentemente, ma mi hanno scritto anche i miei professori e il mio preside delle medie, i miei compagni delle elementari. Mi dispiace essermi trovato in una situazione del genere, però credo che dal punto di vista della comunicazione abbiamo fatto la scelta migliore»

Molto bello il messaggio che ha mandato sulla prevenzione. Quale consiglio si sente di dare dopo la sua esperienza?

«Ascoltate il proprio corpo e accettare anche se dovessere esserci qualcosa di brutto. Non so quante persone siano controllate come lo siamo noi atleti, però nel mio caso tutto è partito da un fastidio e da una sensazione di pesantezza che non avevo mai provato, ma che dopo quattro giorni è andato via. Capisco benissimo la timidezza o il tabù maschile dell’urologo, e quanto possa essere imbarazzante farsi visitare le parti intime. Per noi atleti, che viviamo un clima da spogliatoio, questa cosa è più “sdoganata”. Per un ragazzo, invece, può essere difficile parlare di un fastidio e dell’intenzione di fare un controllo. Dopo il mio messaggio stiamo avendo un riscontro super positivo. Tantissime persone hanno prenotato dei controlli e una delle domande che mi fanno di più, oltre a “Come stai?”, è  “Come l’hai scoperto?”. Questa infomazione è importante perché questo tumore è un po’ stronzo: magari per una settimana hai un fastidio e poi per un mese non senti più niente. Queste malattie più si portanto avanti, piu sono difficili da debellare ed è difficile guarire. E questa colpisce a un’età in cui ti senti invincibile, neanche io mi sarei aspettato una cosa del genere a quest’età».

Nella quotidianità ora è circondato dalla fidanzata, da suo figlio nato da poco e dal cane. Con loro dove ha trovato la forza per restare così lucido come la vediamo?

«La mia fidanzata diventerà santa dopo queste settimane di convalescenza. Sta gestendo Leonardo, che ha due mesi, Rey, che è un bovaro del bernese di quasi 60 chili, e me, che non riuscivo a mettermi i calzini. Abbiamo avuto la fortuna che sia la mia famiglia che la sua ci stanno dando una grande mano. Sono venuti a casa i miei genitori, adesso c’è qua sua madre che ci aiuta per tutto. La forza più grande è Leonardo, che definisco la nostra luce. In questo periodo ha iniziato a sorridere, a fare i versetti, sta sempre più sveglio. Io, essendomi appena operato, potrei avere tutti i pensieri negativi del mondo, però poi mi siedo sul divano e tengo in braccio questo bimbo che mi guarda e sorride. Lui non sa niente di quello che stiamo passando, ed è la cosa più bella del mondo. Molte volte io e Laura ci chiediamo come avremmo fatto senza nostro figlio: sarebbe stato tutto più complicato. Quindi siamo grati alla vita di avere Leonardo, un bambino meraviglioso, e Rey, un cagnolone che mi sta attaccato come una cozza e non mi lascia per un secondo. Devo essere sincero, sto passando una bella convalescenza».


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