Una nuova proposta di legge per la sicurezza dei ciclisti che sa di vecchio: il documento* inviato oggi dalla Federciclismo a tutti i Gruppi Parlamentari contiene una serie di proposte di intervento legislativo, ma una in particolare che rischia di bloccare lo sviluppo della bicicletta in Italia: l’introduzione del “casco obbligatorio per tutti coloro che percorrono strade aperte al traffico” e del “casco obbligatorio fino a 14 anni anche su piste ciclabili”.

Il presidente della FCI Cordiano Dagnoni ha precisato che tali indicazioni non si pongono in alternativa alle modifiche attualmente in discussione sul Codice della strada (cioè la proposta che ha come primo firmatario l’onorevole Roberto Pella, ndr) ma intendono integrarle e ampliarne la portata. Secondo la Federazione, infatti, è necessario estendere il raggio degli interventi.

“Crediamo – ha spiegato Dagnoni – che, se accolte, queste proposte possano rendere il nostro Paese più sicuro e ancora più attrattivo per il turismo in bicicletta, generando ricadute economiche ampiamente superiori ai costi di attuazione. La nostra priorità – ha concluso il presidente federale – è ridurre drasticamente gli incidenti che coinvolgono chi va in bicicletta. È una battaglia di civiltà”.

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Il problema è che l’obbligo indiscriminato del casco esteso a tutti coloro che percorrono strade aperte al traffico rischia di fungere da deterrente nell’uso della bicicletta, con una formulazione che non è contemplata in nessun Paese in Europa. A questo proposito il presidente della Fiab (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta) Luigi Menna è netto: “L’obbligo del casco sarebbe un disincentivo all’uso della bici e come Fiab non siamo d’accordo: per aumentare la sicurezza di chi pedala bisogna limitare la velocità degli autoveicoli e non ‘scaricare’ l’obbligo della sicurezza sul soggetto più fragile. Seguendo la stessa logica, un domani arriveremo al casco anche per i pedoni”.

Pinar Pinzuti, consigliera EuroVelo e direttrice della Fiera del Cicloturismo, avverte sulle potenziali ricadute economiche negative di questo tipo di proposta: “L’Italia sta vivendo un boom del cicloturismo, nell’ultimo anno è cresciuto del 54% con un indotto generato di 9,8 miliardi di euro. Introdurre norme che complicano l’utilizzo della bicicletta significherebbe penalizzare i turisti stranieri, che magari non hanno familiarità con normativa italiana. Il nostro Paese dovrebbe armonizzare la propria normativa in materia di sicurezza di chi usa la bici con gli altri Paesi europei anziché tentare fughe in avanti con provvedimenti di dubbia efficacia”.

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Marco Scarponi, segretario generale della Fondazione Michele Scarponi, concorda: “Proporre il casco obbligatorio per i ciclisti è il modo più facile per non parlare dei veri problemi della sicurezza sulle strade, che sono l’eccessiva velocità e la distrazione al volante”.

Davide Lazzari, direttore sviluppo di RideMovi, operatore di bike sharing che conta oltre 40mila bici in Europa, è critico verso questa proposta: “Il casco obbligatorio potrebbe rendere molto complessa la diffusione del servizio di bike sharing e ridurre il numero di biciclette in circolazione nelle città, perché l’utente del bike sharing è occasionale e quindi bisognerebbe fornirgli ogni volta un casco con conseguente aumento dei costi di noleggio”.

Al netto della proposta sul casco obbligatorio – che resta una misura controproducente – il resto del documento della Federazione Ciclistica Italiana contiene interventi di buonsenso, coerenti con le migliori pratiche europee e finalmente orientati a una sicurezza sistemica e non scaricata sui soggetti più vulnerabili.

In estrema sintesi:

  • Sorpassi più sicuri e meno frequenti: divieto di sorpasso quando non è garantita la distanza laterale di 1,5 metri, nelle zone 30 e in presenza di ciclisti in senso opposto. Una misura semplice che affronta una delle principali cause di incidenti gravi.
  • Contenimento delle velocità: limitazione della velocità di sorpasso rispetto al limite della strada, con l’obiettivo di ridurre differenziali pericolosi tra auto e biciclette.
  • Maggiore visibilità dei ciclisti: possibilità di procedere affiancati in coppia, riconoscendo un comportamento già diffuso e spesso più sicuro di una fila indiana invisibile.
  • Segnaletica dedicata: obbligo di cartellonistica che richiami automobilisti e ciclisti ai rispettivi doveri, contribuendo a una cultura della convivenza stradale.
  • Infrastrutture ciclabili obbligatorie: introduzione di spazi ciclabili ogni volta che una strada viene rifatta o costruita ex novo, con larghezze minime realistiche e maggiore flessibilità rispetto agli standard rigidi delle piste ciclabili.
  • Veicoli a motore più sicuri: obbligo di sensori per angoli ciechi e rilevamento di ciclisti e pedoni sui mezzi pesanti e, dal 2028, su tutti i nuovi veicoli, con sistemi automatici di frenata o correzione della guida.
  • Tutela delle manifestazioni ciclistiche: norme più chiare per le scorte tecniche e l’assistenza in gara, con l’obiettivo di aumentare la sicurezza senza ambiguità interpretative.

Nel complesso, anche dal documento della Federciclismo si evince che gli incidenti si riducono intervenendo su velocità, infrastrutture, veicoli e regole di convivenza, non imponendo dispositivi individuali a chi è già esposto al rischio.

Proprio per questo, l’inserimento del casco obbligatorio indiscriminato stona in modo clamoroso. È una misura ideologica, non basata su evidenze, che rischia di compromettere la credibilità di un impianto normativo che dovrebbe essere indirizzato nella direzione giusta.

Siamo felici che la Federciclismo si occupi finalmente del tema della sicurezza stradale, magari potrebbe essere utile studiare meglio quello che avviene nel resto del mondo in ambito urbano: segnaliamo che quest’anno Velo-city – il Summit Mondiale della Ciclabilità – si terrà a Rimini e sarà sicuramente un’occasione utilissima per verificare come si fa la sicurezza per i ciclisti. Davvero, non col casco.

*[Fonte]

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