Mike Sardina, ex marine reduce dal Vietnam, ha combattuto contro l’alcolismo per anni prima di trovare nella musica una forma di redenzione. All’inizio di Song Sung Blue – Una melodia d’amore lo vediamo esibirsi come imitatore di Don Ho, cantante hawaiano popolare negli anni Sessanta. Ma Mike coltiva in realtà un sogno più grande: cantare ciò che ama davvero, ovvero le canzoni di Neil Diamond, artista che per lui non rappresenta soltanto un idolo musicale, ma una vera e propria divinità scesa in Terra.
La stessa sera incontra Claire Stengl, madre divorziata di due figli che si esibisce come imitatrice di Patsy Cline mentre lavora come parrucchiera per sbarcare il lunario. Tra i due scatta immediatamente una reciproca simpatia, destinata a trasformarsi tanto in relazione sentimentale quanto professionale. Decidono infatti di formare un duo dedicato esclusivamente alle cover di Neil Diamond, battezzandosi Lightning & Thunder, e in breve tempo conquistano il circuito della scena musicale locale, diventando una presenza fissa nei bar di Milwaukee e nelle fiere di contea. Ma una serie di eventi imprevisti rischia di minare la loro scalata al successo.
Song Sung Blue: fino all’ultima canzone
Molti biopic scelgono di raccontare non star consacrate, ma persone comuni che si sono ritrovate, anche solo per un attimo, a vivere un sogno di gloria, quando il mondo intero sembrava accanirsi contro di loro. E il destino, ai veri protagonisti di Song Sung Blue – Una melodia d’amore, ha giocato più di uno scherzo, come il pubblico scoprirà nel corso delle due ore abbondanti di visione.
Adattamento dell’omonimo documentario del 2008 diretto da Greg Kohs, il film racconta appunto la storia di Mike e Claire Sardina, coppia del Wisconsin che tra gli anni Ottanta e Novanta ha costruito una carriera come tribute band di Neil Diamond sotto il nome di Lightning & Thunder, diventando incredibilmente celebre nel Midwest americano, al punto da aprire concerti dei Pearl Jam e suonare addirittura con il loro idolo indiscusso.
Questione di aspettative
Quanto può interessare al pubblico un progetto sulla carta pericolosamente ridicolo, relativo alla storia di una cover band di provincia? Se nei ruoli principali troviamo Hugh Jackman e Kate Hudson, l’hype si alza sensibilmente, e il carisma della coppia — impegnata anche in prima persona nelle performance musicali — rappresenta il principale punto di forza di un’operazione altrimenti onesta, ma fin troppo classica e abbottonata nelle sue dinamiche di base.
La prima metà procede con passo leggero ed energico, documentando l’ascesa sia professionale che relazionale: le prove improvvisate in garage, le prime esibizioni davanti a platee via via più numerose, il matrimonio celebrato con tutti i crismi del kitsch anni Ottanta, la costruzione di una famiglia allargata in cui i figli di Claire accettano Mike come figura paterna. E soprattutto le performance live diventano piccoli trionfi di gioia condivisa, tanto che in più di una sequenza si sarà portati a battere le mani a tempo. Come in ogni sogno americano privo di cintura di sicurezza, però, la vicenda vira progressivamente verso l’incubo. La seconda metà cambia registro, trasformandosi in una discesa negli inferi delle crisi personali e delle difficoltà sistemiche che affliggono i lavoratori precari americani, a partire dai problemi di salute non coperti dall’assicurazione sanitaria, tema sempre caldo nell’opinione pubblica d’Oltreoceano. Una frattura tonale che si incupisce ulteriormente nel finale, che romanza parzialmente quanto realmente accaduto senza però alterarne i risvolti fondamentali.
Un cuore da sceneggiata?
È nella gestione del melodramma che il racconto inciampa talvolta in eccessi che sfiorano il soap-operistico, frutto di una mano pesante in fase di sceneggiatura, più incline a esporre che a suggerire. Le emozioni vengono così offerte senza filtri allo spettatore, con un surplus di retorica che prende gradualmente il sopravvento fino a un epilogo studiato per strappare la lacrimuccia ad ogni costo.
Ne emerge il ritratto, a suo modo affettuoso, di un’America pre-trumpiana, tra locali country e rock classico a fare da colonna sonora a vicissitudini profondamente radicate nel tessuto sociale degli Stati Uniti di pochi decenni fa, ma le cui conseguenze risultano ancora oggi ben riconoscibili. Song Sung Blue va quindi preso e apprezzato per ciò che è nella sua schietta semplicità: una celebrazione sincera della musica come forma di salvezza esistenziale. Non è un caso che l’ultima esibizione ruoti attorno a Brother Love’s Travelling Salvation Show dell’onnipresente Diamond, emblema di quell’afflato religioso così profondamente radicato nella cultura americana, con le note che diventano emanazione divina.
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