Il suo sguardo è leggermente decentrato e le articolazioni di gomiti e polsi sono più mobili, per facilitare movimenti ripetitivi delle mani. La prima Barbie con autismo, appena presentata da Mattel, è stata sviluppata in più di un anno e mezzo di lavoro insieme all’Autistic Self Advocacy Network, una organizzazione guidata da persone con autismo. «Ogni bambino merita di potersi vedere in Barbie», ha spiegato Jamie Cygielman, Global Head of Dolls di Mattel, sottolineando il ruolo centrale della consulenza della comunità autistica. Nella confezione della Barbie con autismo sono incluse cuffie antirumore, un fidget spinner e un tablet che richiama le app di comunicazione aumentativa alternativa.

Ma mentre l’azienda e molti sostenitori parlano di un passo importante verso l’inclusione e sottolineano la possibilità che un gioco apra conversazioni su differenze e bisogni, non mancano le voci critiche. Tra queste c’è quella di Luisa Sordillo, madre di MagoS, all’anagrafe Simone Maghernino, giovane cantante con autismo, che guarda al progetto con molte riserve. Secondo lei, l’idea di una bambola «dedicata» rischia di ottenere l’effetto opposto rispetto a quello voluto, marcando una distinzione.

Non mette in discussione le buone intenzioni dell’operazione, ma il messaggio che può passare sì. «Forse questa bambola potrebbe essere un modo per far comprendere che una persona con le cuffie in testa o con un antistress al dito possa non essere semplicemente stravagante o strampalata», spiega. «Ma l’autismo è una tematica molto delicata e difficilmente si presenta con le stesse caratteristiche. Proprio perché è una neurodiversità, un modo di essere non può ricollegarsi ad elementi esteriori. Per esempio, mio figlio non usa le cuffie, non usa tablet, né porta antistress al dito. L’autismo è una condizione intrinseca che non si può rappresentare con un unico modello. E mi chiedo anche come presentare questa bambola ai bambini. L’inclusione non si spiega, si fa. Non sarebbe più bello e significativo invitare un bambino autistico a giocare con i propri figli?».