Poche ore prima di un incontro diplomatico tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, e mentre crescono le tensioni su sicurezza, sovranità e presenza militare nell’Artico, Trump ha detto che sarebbe “inaccettabile” che la Groenlandia fosse “nelle mani” di un paese diverso dagli Stati Uniti, rilanciando la sua richiesta di assumere il controllo dell’isola artica, territorio autonomo della Danimarca. Le nuove dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia non aggiungono molto sul piano diplomatico, ma dicono parecchio su come il presidente degli Stati Uniti continui a intendere i rapporti di potere tra alleati. È sembrato soprattutto un modo per ribadire che, nella visione di Trump, la sovranità è una variabile negoziabile quando entrano in gioco gli interessi strategici americani.
Dal punto di vista militare e geopolitico, l’importanza della Groenlandia è reale. La sua posizione nell’Artico, il progressivo scioglimento dei ghiacci, le rotte commerciali e le risorse minerarie spiegano perché gli Stati Uniti vogliano rafforzare la propria presenza nell’area. Ma questo non è mai stato davvero il nodo della questione: Washington ha già basi militari sull’isola e un accordo con la Danimarca che consente un’ulteriore espansione. Non c’è quindi un vuoto strategico da colmare, ma semmai un limite politico che Trump considera ingiustificato: la sovranità di un Paese appartiene al popolo che vi vive.
Le reazioni europee, in questo senso, non sono state solo di solidarietà formale. Difendere la Groenlandia significa difendere un precedente: se l’uso della forza o della coercizione economica diventa uno strumento nei rapporti tra alleati, l’alleanza non ha più motivo di essere ed espone i membri più piccoli o più fragili ad ogni forma di aggressione. È per questo che le dichiarazioni di Trump hanno creato disagio nella NATO, più ancora che nell’Unione europea.
Poi c’è un dato politico interno agli Stati Uniti che rende l’intera operazione ancora più fragile: la maggioranza degli americani non la sostiene (secondo un sondaggio Reuters/Ipsos solo il 17% lo fa). L’idea di acquisire la Groenlandia non entusiasma l’opinione pubblica e l’uso della forza è largamente respinto, anche tra gli elettori repubblicani. Questo suggerisce che l’insistenza di Trump abbia più a che fare con una visione personale del potere che con una reale necessità strategica condivisa con l’establishment di Washington. Un esempio di questa discrasia è avvenuto anche recentemente, dopo il sequestro di Maduro. Trump ‘offre’ le risorse petrolifere venezuelane ai grandi produttori a stelle e strisce e si sente rispondere: “no grazie, non ci interessa”.