Tante di loro sono state uccise nelle manifestazioni di protesta in questi giorni, e chissà quando conosceremo il bilancio di questa strage; altre sono in carcere, torturate. Perciò mi sembra giusto oggi dedicare alle donne iraniane questo spazio, ospitando l’intervento di una di loro. Lo riprendo da Free4future dove potete guardare il video integrale. Ma osservazioni simili sono talmente diffuse tra le giovani iraniane, che ieri sera le avevo sentite espresse in termini quasi identici da alcune di loro durante il programma di Paolo Del Debbio su Rete4, “4 di sera”.
«Ciao, sono iraniana. Tutti continuano a porsi la stessa domanda: cosa c’è che non va nella sinistra?
Perché sono così rumorosi, perché sostengono la Striscia di Gaza, ma rimangono completamente in silenzio quando si tratta dell’Iran?
La risposta è semplice: perché la verità smaschera la menzogna.
Perché riconoscere l’Iran distrugge la fantasia ideologica che hanno costruito. Siamo chiari: la Repubblica Islamica dell’Iran non è vittima dell’imperialismo occidentale. È un regime autoritario teocratico che esiste esportando la violenza, finanziando gruppi islamisti e reprimendo il proprio popolo.
Sì, finanzia Hamas. Finanzia Hezbollah. Tutti questi piccoli gruppi per procura nella regione e nel mondo sono finanziati con denaro iraniano – non denaro del governo o del regime, ma fondi rubati: denaro preso da lavoratori che oggi in Iran non possono nemmeno permettersi il pane; da famiglie distrutte dall’inflazione; da donne che vengono picchiate, imprigionate, torturate e violentate per aver rifiutato la sottomissione religiosa.
E questo è esattamente il motivo per cui la sinistra tace: perché Hamas alimenta la loro narrazione, ma il popolo iraniano no.
Perché la violenza islamista contro gli israeliani può essere trasformata in “resistenza”, ma la violenza islamista contro gli iraniani rivela la verità.
Proprio in questo momento, mentre leggete questo, l’Iran – un paese con oltre 92 milioni di abitanti – viene distrutto in tempo reale.
Un blackout quasi totale per più di 24 ore: niente internet, niente connessione telefonica, nessuna comunicazione. E – silenzio.
Nessuna “protesta urgente” nelle università occidentali, niente hashtag, niente dichiarazioni di solidarietà, niente megafoni.
APPROFONDISCI CON IL PODCAST
Perché la sofferenza degli iraniani non rientra nei loro programmi. Perché i moderni movimenti di sinistra non sono più guidati dai diritti umani, ma dall’indignazione selettiva e dalla lealtà ideologica.
Urleranno contro la censura, a meno che non sia un regime islamista. Condanneranno la violenza di stato fino in fondo, ma non diranno mai una parola se quella violenza è avvolta in un linguaggio religioso.
Cantano “Palestina libera”, ma non diranno mai “Iran libero”, perché ciò richiederebbe una difficile ammissione:
Che l’Islam politico non è liberazione, è dominio. E, tra l’altro, questo sta accadendo anche in Occidente oggi.
La Repubblica Islamica non è antimperialista; è imperialista nei confronti del suo stesso popolo. Hamas non è un gruppo di resistenza isolato; fa parte di un più ampio ecosistema islamista finanziato, addestrato e sostenuto da regimi come la Repubblica Islamica dell’Iran.
Ecco cosa non vogliono sentire: non si può rivendicare la superiorità morale giustificando un regime che uccide le donne e le punisce per aver rifiutato l’hijab, uccide i manifestanti, interrompe internet per una nazione di 92 milioni di persone e usa gruppi di supporto stranieri per nascondere il proprio collasso interno.
Non si può fingere di preoccuparsi dei palestinesi ignorando gli iraniani che vengono fucilati, torturati e uccisi dalla Repubblica Islamica. Questa non è solidarietà, questa è cecità ideologica. Il popolo iraniano non è in silenzio, è costretto al silenzio.
Il silenzio della sinistra occidentale è una loro scelta: una scelta di difendere l’ideologia, giustificare l’islamismo e chiudere un occhio.
La sofferenza di milioni di persone, perché il dolore del popolo iraniano complica lo slogan.
La storia ricorderà questo momento. Ricorderà chi ha parlato di libertà universale e chi ha deciso che alcune vite sono meno importanti della preservazione di una narrazione.
Lunga vita all’Iran».
A corredo di questo intervento mi sembra giusto ricordare – e riportare – il celebre «scambio finale» fra Oriana Fallaci e l’ayatollah Khomeini al termine dell’intervista che l’inviata del Corriere fece alla Guida suprema della Rivoluzione islamica nel settembre 1979:
«Sembrava irritato, e davvero deciso a congedarmi. Tentai di trattenerlo. La prego, Imam. Ho ancora molte cose da domandarle. Su questo chador, per esempio, che lei impone alle donne e che mi hanno messo addosso per venire a Qom. Perché le costringe a nascondersi sotto un indumento così scomodo e assurdo, sotto un lenzuolo con cui non si può muoversi, neanche soffiarsi il naso? Ho saputo che anche per fare il bagno quelle poverette devono portare il chador. Ma come si fa a nuotare con il chador?
E allora i terribili occhi che fino a quel momento mi avevano ignorato come un oggetto che non merita alcuna curiosità, si levarono su di me. E mi buttarono addosso uno sguardo molto più cattivo di quello che m’aveva trafitto all’inizio. E la voce che per tutto quel tempo era rimasta fioca, quasi l’eco di un sussurro, divenne sonora. Squillante.
“Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene”».
Quell’intervista vi consiglio di rileggerla tutta, la trovate nel link qui sotto. Poi, consiglio di paragonarla con gli elogi della rivoluzione islamica che nello stesso periodo andava pubblicando su varie riviste occidentali (Corriere incluso) il filosofo marxista francese Michel Foucault. Sono passati 47 anni, ma nelle giovani generazioni l’influenza di Foucault rimane forte anche quando ignorano il suo nome, mentre la lezione di Oriana viene ignorata.
14 gennaio 2026, 18:37 – modifica il 14 gennaio 2026 | 19:08
© RIPRODUZIONE RISERVATA