Un ultrancinquantenne single freneticamente impegnato a rimorchiare le donne sulle app d’incontri mentre intorno a lui tutte le coppie scoppiano: è il personaggio interpretato con travolgente ironia da Paolo Calabresi in Prendiamoci una pausa, la commedia di Christian Marazziti in sala da oggi (nel cast anche Claudia Gerini, Marco Giallini, Ilenia Pastorelli, Fabio Volo, Aurora Giovinazzo, Lucia Ocone). L’attore romano, 61 anni e una carriera di serie A spalmata tra grande teatro, cinema dei maestri e commedie, Strehler e Boris, Tornatore e Verdone, Bellocchio e Sono Lillo, Ronconi e Smetto quando voglio, afferma di essersi molto divertito. 

Perché? 
«Il personaggio che interpreto rispecchia certi miei coeteanei che non si rassegnano e vivono l’invecchiamento al di fuori della realtà: rincorrono relazioni improbabili senza avere il dovuto fascino né le forze». 

E sono tanti? 
«L’80 per cento dei maschietti di casa nostra… ma ridursi così è una grande sconfitta. Il conto si presenta inesorabilmente e finisci per invecchiare disperato». 

Lei si è salvato perché è felicemente sposato e ha quattro figli?
«Costruire una famiglia è stata una scelta volontaria, ho avuto la fortuna di trovare la persona giusta (l’agente e consulente artistica Fiamma Consorti, ndr). I miei figli sono magnifici e a maggio diventerò nonno».

Nel film vive in funzione dello smartphone, è una denuncia? 
«Siamo tutti drogati da questo strumento magico ma potenzialmente letale perché filtra tutte le relazioni, a scapito della sincerità». 

A febbraio sarà nel film “Agatha Christian”, poi porterà in tour “Tutti gli uomini che non sono”, lo spettacolo tratto dalla sua autobiografia: non si ferma mai?
«Ho sempre lavorato tanto. A cominciare da quando, per rompere il cordone ombelicale che mi legava a Strehler, cominciai a fare cose diverse nel cinema e in tv. Poi venne il periodo del trasformismo in cui, depresso e confuso per la morte ravvicinata del grande regista e dei miei genitori, rubavo le identità altrui. Ci cascavano tutti».

Chi ha impersonato? 
«Travestito da Nicolas Cage andai allo stadio, fregando anche Totti. Poi nei panni di Marilyn Manson partecipai a un gala della pubblicità, quindi travestito da John Turturro mi imbucai alla cerimonia dei David (ma venni scoperto da Scorsese) e come ”presidente” del Botswana mi feci dedicare un libro da Veltroni… A un certo punto, quando il gioco si stava facendo sempre più spericolato e costoso, ho ricominciato a recitare solo sul set».

Come mai interpreta tante commedie? 
«Me ne offrono una tale quantità… la commedia non è un genere minore, io guardo alla qualità della sceneggiatura». 

Le è piaciuto “Buen Camino”? 
«Sì. È un film delicato e lineare. E Checco Zalone è un fenomeno a sé: né il simbolo del degrado del cinema né una strada da seguire ma un grandissimo non-attore, una maschera che riesce a parlare a tutti». 

Quale considera il suo successo più grande?
«Essere riuscito a conciliare la mia numerosa famiglia con il lavoro. Che è la mia seconda famiglia».


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