di
Roberto Russo
Share del 27 per cento per il primo episodio. Miniero: «Abbiamo scelto di rappresentare una periferia simbolica, universale». Il sindaco di Caivano, la città chiamata in causa nella fiction: «Immagine non realistica»
Un vero e proprio successo la fiction «La Preside» su Rai1 interpretata da Luisa Ranieri e dedicata alla storia vera di Eugenia Carfora, preside-coraggio di Caivano. Nella serata di lunedì scorso è risultato il programma più visto in tv con 4 milioni e 814 mila spettatori e col 27% di share.
Una fiction destinata a riscuotere l’approvazione del pubblico anche a giudicare dai commenti sui social, tutti positivi in particolare per l’interpretazione della Ranieri.
La prima stagione diretta da Luca Miniero (per ora non è prevista una seconda) è composta da 8 episodi per un totale di 4 prime serate sempre su Rai1. Facile ipotizzare che i numeri saranno altrettanto lusinghieri nelle prossime puntate.
Ma se le gesta di Eugenia Liguori, che nella fiction dirige l’istituto Ortese di Caivano (ed è impegnata in una quasi solitaria guerra contro la dispersione scolastica) hanno tenute incollate al piccolo schermo intere famiglie, sul prodotto televisivo — come spesso accade — non mancano le polemiche. A iniziare dal primo cittadino di Caivano, Antonio Angelino, il quale «pur apprezzando l’attenzione nazionale rivolta al territorio su una storia simbolo di impegno civile e riscatto», non nasconde «un po’ di delusione».
Il motivo? «La fiction è stata girata a San Giovanni a Teduccio e non a Caivano». Scelta che, a suo avviso, «priva il territorio di una rappresentazione autentica. Inoltre — aggiunge— , alcune scene risultano romanzate e distanti dalla realtà quotidiana, soprattutto quelle relative al Comune, rischiando di offrire un’immagine non fedele alla realtà».
Insomma, il primo cittadino avrebbe preferito che l’intera serie fosse stata girata tra le strade di Caivano e magari non lontano dal Parco Verde, dove il governo ha deciso di investire in risorse, uomini e mezzi per una azione di recupero complessiva.
Invece «La Preside» è ambientata a molti chilometri di distanza, San Giovanni a Teduccio, per la precisione Taverna del Ferro, periferia orientale di Napoli. Scenario: i palazzoni del cosiddetto Bronx dove da anni campeggia un maxiritiratto di Maradona eseguito da Jorit, accanto a un altro grande murale dedicato a un ragazzo autistico.
Il Bronx è già stato set di altre serie tv, Gomorra la più celebre. Tutto sommato un palcoscenico ideale per questo genere di produzioni. Come ha spiegato il regista Miniero: «Abbiamo scelto di rappresentare una periferia simbolica, universale, non ci interessava raccontare davvero Caivano».
Però a San Giovanni a Teduccio più di uno ha storto il naso. «Siamo un po’ stanchi di essere rappresentati sempre come un quartiere problematico — spiega un anziano residente che preferisce restare anonimo — eppure qui c’è la facoltà di Ingegneria, l’Apple Academy, il teatro Nest che Francesco Di Leva ha praticamente realizzato pezzo dopo pezzo, qui sta crescendo una generazione di ragazzi con valori molti diversi dalla subcultura della malavita e della sopraffazione». Insomma, come dire, che c’entriamo noi con Caivano?
E c’è pure chi entra nel merito delle scelte e dei messaggi che veicola la fiction. Maria Luisa Iavarone, ordinario di Pedagogia generale all’università Parthenope, non nasconde le sue perplessità: «Non discuto il prodotto sul piano estetico — scrive in un post —. È il modo con cui viene utilizzata la narrazione che mi fa riflettere. Certo la fiction non è realtà ma è diventata nel nostro tempo oggettivamente quel linguaggio nazional-popolare che porta in prima serata temi e questioni “poverty porn” offrendo una versione mainstream della contemporaneità sulla scia di altre fortunate produzioni come Gomorra, Mare fuori, Noi del Rione Sanità tra musica neomelodica e una masnada di teppistelli a parlare in napoletano e il gioco è fatto. La fiction — continua Iavarone — è ipersceneggiata, colma di forzature stereotipizzanti che vendono il “brand del degrado”: Caivano non è una anonima periferia di palazzoni in cui bambini abusati volano dall’alto, ma singolarmente ha il volto dei murales di Jorit di San Giovanni a Teduccio, i fuochi liberi e l’anarchia sono il leit-motiv della rappresentazione del degrado, i sacchetti di spazzatura lanciati dall’alto inchiodano la città ad una narrazione anni ’80. “La Preside” racconta l’universo scuola in contesti di rischio e marginalità, in chiave filogovernativa tendendo a restituire l’idea, politicamente e paternalisticamente rassicurante, che l’uomo o la donna di polso, che si dota di strumenti repressivi opportuni, al governo delle istituzioni può fare la differenza».
Invece secondo Iavarone: «Non devono esserci eroi solitari alla guida delle istituzioni, ma individui singoli che operano all’interno di un sistema dove la responsabilità è condivisa e il cambiamento non è legato al carisma del capo, ma alla solidità delle infrastrutture sociali». Insomma, dibattito aperto per una fiction che non lascia indifferenti.
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14 gennaio 2026 ( modifica il 14 gennaio 2026 | 09:44)
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