Trump minaccia, poi sembra frenare «Ora l’Iran ha fermato le uccisioni»

(Viviana Mazza) In un’intervista alla tv Cbs, lunedì sera, il presidente americano aveva promesso «azioni molto forti» se Teheran avesse eseguito le condanne a morte dei manifestanti. Poi, ieri, Trump ha dichiarato: «Mi è appena arrivata l’informazione che le uccisioni in Iran si stanno fermando, che si sono fermate, e che non ci sono piani di esecuzioni». Un probabile riferimento alla possibile impiccagione di Erfan Soltani, manifestante arrestato e condannato a morte. Trump ha detto di aver ricevuto queste assicurazioni da «fonti molto importanti dall’altro lato», e ha aggiunto: «Osserveremo, spero che sia vero». È lo stesso tipo di rassicurazioni che ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha fatto in tv—non a caso — in un’intervista con Bret Baier, molto seguito da Trump sul canale di destra Fox News. 

Trump è sembrato dunque prendere tempo, alla fine di una giornata in cui era invece parsa sempre più imminente un’azione americana in Iran. Ma molti sono cauti a leggere troppo nelle sue parole. Ci sono senz’altro segnali che il presidente americano voglia agire. Washington — seguita da Londra — ha ritirato «a titolo precauzionale» parte del personale dalla base di Al Udeid in Qatar e da altre basi chiave in Medio Oriente, dopo le minacce di ritorsioni da parte di Teheran in caso di attacco. 

Il presidente ha minimizzato le preoccupazioni su possibili rappresaglie: «L’Iran ha detto la stessa cosa l’ultima volta che li ho colpiti, quando avevano ancora la capacità nucleare, che ora non possiedono più. Farebbe meglio a comportarsi bene», ha dichiarato alla Cbs. Intanto però è stato dato l’ordine di parziale evacuazione per Al Udeid, che fu colpita da Teheran a giugno dopo i raid americani contro gli impianti nucleari iraniani. Sempre ieri due funzionari europei avevano riferito all’agenzia Reuters che un’operazione militare statunitense sembrava probabile e potenzialmente imminente: secondo uno dei due potrebbe avvenire entro oggi. Un funzionario israeliano ha affermato cheTrump sembra «aver preso la decisione di intervenire anche se portata e tempi non sono ancora stati chiariti». Invece il New York Times scriveva che l’attacco Usa potrebbe non avvenire prima di «diversi giorni». 

Un funzionario americano ha detto al sito Politico che l’evacuazione della base è solo una precauzione, ma Trump «sempre più crede di dover compiere una azione decisiva contro il regime». E la Cnn osserva che, dopo le ripetute minacce di intervenire, Trump ora potrebbe sentirsi obbligato a darvi seguito, memore dei presidenti che non hanno fatto rispettare le proprie «linee rosse», tra cui Barack Obama, che decise di non colpire la Siria nonostante l’uso di armi chimiche nel 2013. «Parte della questione è che ora ha tracciato una linea rossa e sente di dover fare qualcosa», ha detto una fonte alla Cnn, aggiungendo che il presidente quasi certamente agirà. 

Ma ci sono anche tendenze di segno opposto: consigli di esponenti del movimento Maga e pressioni di diversi alleati nel Golfo contro un intervento militare. 

Rimane da decidere anche quale tipo di azione intraprendere. Al presidente ne sono state presentate diverse. La sua squadra è divisa sull’opportunità di un intervento «cinetico» ma concorda che qualsiasi mossa militare non includerebbe truppe sul terreno ed esclude un coinvolgimento prolungato. Un’opzione è un attacco chirurgico contro strutture dei servizi di sicurezza responsabili della repressione o un cyber-attacco per paralizzare le reti di comunicazione dei pasdaran. 

Intanto, l’Iran ha minacciato direttamente Trump. Sulla tv di Stato ieri è andata in onda un’immagine del presidente col sangue sul volto dopo l’attentato di Butler e il messaggio: «Stavolta il proiettile non mancherà il bersaglio». Ieri notte, l’Iran ha chiuso lo spazio aereo per circa due ore, al netto degli aerei già autorizzati.