di
Sara Gandolfi

Fra terreni minati e droni assassini, il terrore dei contadini vittime dello scontro fra ELN e FARC. «Trump e Petro ora potrebbero decidere un attacco militare congiunto con Caracas». E i Cartelli si allontanano

DALLA NOSTRA INVIATA 
TIBU’ (COLOMBIA) – La prima attrazione su Calle 5, uscendo da Tibú verso El Refugio, sono i bordelli. Qui li chiamano Chonga o postri-bar: gli uomini bevono birra sulle sedie in plastica, poi s’appartano su materassi luridi in stanzette che somigliano a celle carcerarie. Molti sono guerriglieri. Quindici-venti minuti, 60.000 pesos colombiani (meno di 14 euro). E 10.000 finiscono al gestore del locale. 

Le ragazze sono perlopiù drogate o ubriache. Magdalena è incinta di sette mesi ma non smetterà, «sennò chi mi mantiene». Camila pensa alle due figlie che ha lasciato altrove, «qui guadagno 540 dollari a settimana; quando cucinavo per i cocaleros non arrivavo a 70». Sono tutte venezuelane, migranti in un Far West di frontiera, a caccia di sopravvivenza.



















































Tibú è a tre ore di macchina da Cúcuta e a pochi minuti dal Venezuela, nella regione di Catatumbo. Sulla rotta del contrabbando e del narcotraffico. Una strada trivellata di buche e carica di pericoli, circondata da oleodotti da cui si estrae illegalmente il petrolio e piantagioni di palma da olio che inquinano la terra. Più su, verso le montagne, c’è la coca.

Viaggio nei campi di coca della guerriglia, al confine tra Colombia e Venezuela

Oggi, in Catatumbo, c’è la più alta concentrazione di coltivazioni di coca al mondo (42.000 ettari) e il comune di Tibú ne è la “capitale”, con 22.000 ettari. Terra di sequestri e affari sporchi, dove in passato i paramilitari hanno fatto i peggiori massacri. «Il controllo sul narcotraffico e sull’attività mineraria illegale è il motore di un conflitto iniziato un anno fa, con almeno 300 morti e un numero imprecisato di desaparecidos», spiega Junior Maldonado, portavoce dell’Associazione contadina del Catatumbo, 17 leader assassinati negli ultimi anni. È una lotta all’ultimo sangue fra i guerriglieri del Fronte 33 delle FARC dissidenti, che nel 2016 non firmarono la pace con il governo di Bogotà, e quelli dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN), che ha sempre rifiutato di smobilitare.

«L’ELN con il tempo è diventato un gruppo armato binazionale, che opera su entrambi i lati di un confine lungo oltre 2.200 chilometri. Sono guerriglieri in Colombia e paramilitari in Venezuela, sponsorizzati e sostenuti dal governo di Caracas. Sono arrivati da Arauca, attraverso la frontiera, a bordo di veicoli della Guardia nazionale bolivariana, per cacciare i dissidenti delle FARC dal Catatumbo. Hanno massacrato decine di persone, con la piena consapevolezza di Nicolás Maduro», sostiene l’ex ministro degli Interni colombiano Fabio Valencia Cossio, che oggi siede al tavolo dei negoziati di pace con le Farc dissidenti, in rappresentanza del Centro democratico di opposizione. «Il governo venezuelano voleva una retroguardia di gruppi armati illegali con doppia nazionalità, per controllare il confine dove passano la droga e i proventi delle economie illegali».

Filomarxista e filo-chavista, l’ELN ha condannato l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e l’arresto di Maduro e, dal 3 gennaio, si sta riposizionando in Colombia, per timore di perdere la copertura delle forze armate venezuelane. «Non è escluso che il presidente americano Donald Trump e il colombiano Gustavo Petro, nell’incontro che si terrà a febbraio alla Casa Bianca, decidano un attacco congiunto contro l’ELN, magari coinvolgendo anche la presidente venezuelana Delcy Rodríguez», afferma Maldonado. «D’altra parte, gli attacchi Usa contro le imbarcazioni nei Caraibi stanno già minando il business del narcotraffico. I Cartelli si stanno spostando perché non è più redditizio rimanere nel Catatumbo». La guerriglia invece resta, e semina morte.

Campi minati, bombardamenti, scioperi armati, massacri e sparizioni sono all’ordine del giorno. «Il primo attacco, il 16 gennaio 2025, provocò in pochi giorni oltre 80 morti e 87.000 sfollati, il più grande esodo interno nella storia colombiana», racconta monsignor Israel Bravo, vescovo di Tibú e membro della Commissione umanitaria che media con i gruppi armati per liberare i sequestrati o i minori reclutati con la forza. «Il governo ha promesso e non ha mantenuto, alla fine molti sono tornati alle uniche cose che possedevano: le fattorie, la loro terra». Ma il conflitto per il controllo del territorio è continuato, a ondate, e da Natale è tornato ad intensificarsi. «L’uso di droni artigianali sta peggiorando le cose. Li fanno volare sopra i mercati, uccidono molti civili».

Viaggio nei campi di coca della guerriglia, al confine tra Colombia e Venezuela

Negli ultimi giorni una quarantina di persone sono scappate dalla comunità di La Gabarra. Jaime Botero, presidente delle 36 associazioni di quartiere, le juntas di Tibù, ci accompagna tra gli sterrati polverosi del quartiere La Esperanza a visitare gli sfollati accolti dalle famiglie del posto, «Campesinos che lasciano tutto dietro di sé, polli compresi, con la speranza di tornare». Tra di loro c’è Yuley, madre sola, scappata guidando una moto malridotta con in sella anche i suoi tre bambini e le valigie. Ora ha gli occhi congestionati dalla tristezza. «La gente del monte (i guerriglieri, ndr) sganciano le bombe appena i droni vedono qualcosa in movimento. Non so se è l’ELN, le FARC o l’esercito, ma sotto ci siamo noi». A Gabarra vende bocce di “paté grillo”, benzina che si estrae dal petrolio greggio per lavorare la coca. Ora vorrebbe restare a Tibú, seguire un corso di manicure, togliere i figli dall’inferno. «Da lassù stanno scappando tutti».

I guerriglieri lottano per il controllo del Catatumbo e delle sue risorse. Non solo coca: il sottosuolo contiene oro, nichel, petrolio, carbone, uranio, coltan, smeraldi, diamanti. Il centro di Tibú è l’unico luogo «quasi sicuro», dice l’autista, oltre non prosegue. Sono dieci isolati, attraversati da un’unica strada asfaltata e brulicante di attività. Bar, ferramenta, vendo-oro, supermercati, l’ospedale. I migranti venezuelani vendono caramelle, street food, sacchi della spazzatura e calzini. Camion, auto e motociclette passano carichi di cibo, fertilizzanti e taniche di benzina. Dietro tutto questo, c’è il terrore.

Viaggio nei campi di coca della guerriglia, al confine tra Colombia e Venezuela

Sulla calle 5, dopo i bordelli, si arriva alla “frontiera invisibile”. Oltre la polizia non entra e perfino Botero qui si ferma. È la zona controllata dalle FARC. Lo si capisce dai pali della luce colorati a strisce rosse, blu e gialle. L’ELN, invece, è rossonero. Si prosegue con Jesus, ex soldato che oggi protegge gli “obiettivi militari” della guerriglia, perlopiù leader sociali. Ne hanno uccisi 70 nel Catatumbo. Saluta con un colpo di clacson il Comandante che controlla l’ingresso nel “suo” territorio e prosegue a 30 chilometri all’ora, «di più è vietato», fino a El Refugio di Bertrania, ex centro ricreativo lungo il fiume diventato da un anno l’accampamento di decine di famiglie sfollate.

Ci ricevono don Aldemar Pinilla e Paolo Telles, leader sociali che non nascono il loro odio per l’ELN. «È la guerriglia che vessa i contadini: una tassa di 500.000 pesos (115 euro) su ogni chilo di pasta base di coca, che viene pagato al campesino 2,4 milioni (556 euro). Da lì, va ai narcotrafficanti che la trasformano in cloridrato di cocaina ad alta purezza per poi volare su piccoli aerei verso nord. Quando arriva in Guatemala o in Repubblica dominicana quel chilo vale già 28 milioni di pesos (quasi 6.500 euro). In strada negli Usa, il prezzo vola».

Come sradicare l’industria della droga? «Nel Catatumbo servono le istituzioni, non più truppe», dice monsignor Israel. «C’è bisogno di giudici e infrastrutture». Il governo di Bogotà ha tentato la strada della riconversione. «Hanno provato a piantare cacao, platani, manioca, ma non ci sono le strade per trasportarli. La coca non ha questo problema: i narcotrafficanti arrivano sul posto per comprarla. Lo Stato pensava che bastasse sovvenzionare per un anno, al costo di un salario minimo, la coltivazione del cacao. Non ha funzionato. Servono progetti più ambiziosi»

Viaggio nei campi di coca della guerriglia, al confine tra Colombia e Venezuela

Opinione condivisa da Telles. «Al contadino davano 600.000 pesos al mese per coltivare cacao, quando con la coca guadagna tra 7 e 10 milioni. Ed è una filiera enorme. Ci vive il contadino, il commerciante, il trasportatore, lo spacciatore, e soprattutto i Cartelli e le mafie che controllano l’intero traffico perché hanno completa libertà: piste di atterraggio, confini, imposizioni di tasse sulla droga e sulla birra. E chiunque non paghi viene ucciso».

C’è però un’altra economia che non genera così tanti soldi, ma genera pace. «Invece di spendere in interventi militari, quanti milioni di pesos avrebbero potuto essere investiti nelle comunità affinché i giovani potessero ricevere un’istruzione», dice don Aldemar. «Quando un giovane studia, non imbraccia più il fucile».

È il motivo per cui Lay Mogaly, 46 anni, è fuggita da una finca nel Catatumbo, dove lavorava come cuoca mentre marito e figli erano “raspuchin”, raccoglitori di foglie di coca, pagati 10.000 pesos ogni 12 kg. Non voleva che i suoi ragazzi di 15 e 20 anni venissero reclutati dalla guerriglia o dal cartello del Tren de Aragua. La incontriamo nella comunità di El Talento, alla periferia di Cucuta, dove è beneficiaria, assieme ad altri 24.000 sfollati, di un progetto della Coperazione italiana, finanziato dalla Farnesina attraverso Aics e implementato dalle Ong CISP, Terre des Hommes e Fondazione Juventud Lider. «I bambini là a scuola non andavano, la più vicina era a tre ore di cammino. Sono venuta via quest’anno, per i miei figli. Gli armati avevano iniziato ad entrare nelle baracche di noi braccianti, in fattoria. Minacciavano di portarsi via i più giovani.  Iniziano a reclutarli già a dodici anni».   

Sara Gandolfi cura la newsletter Mondo Capovolto, su fatti ed protagonisti del Global South. È gratuita, iscrivendosi qui. 

15 gennaio 2026 ( modifica il 15 gennaio 2026 | 08:31)