di
Matteo Fontana
Campedelli ha guidato la squadra fino al 2023: «Le sento, ma con prudenza. Mi fa male leggere nei loro messaggi un abbandono al destino»
«La cosa che mi fa più male è leggere nei loro messaggi un cambiamento profondo: quella che prima era paura oggi sembra diventata abbandono al destino. È come se non avessero più nulla da perdere». Alessandra Campedelli parla di quelle che chiama «le sue ragazze». Le persone che ha avuto al fianco quando è stata commissario tecnico della nazionale femminile di volley dell’Iran, un compito che ha svolto da dicembre del 2021 a febbraio 2023.
Ha allenato anche in Pakistan. È autrice di un libro, «Io posso», in cui racconta queste esperienze. Trentina di Mori, docente di educazione fisica e sostegno, con un legame forte con Verona, avendo lavorato nelle giovanili del club di volley della città per lunghi anni. In questi giorni tremendi in Iran, i suoi occhi e, ancor di più, il suo cuore, sono rivolti là. Alessandra pensa a loro. Alle sue ragazze. Dice: «Non è che non abbiano paura. Ce l’hanno, ma sembra che l’abbiano spostata fuori da loro. Forse l’hanno trasferita a me».
Come sta vivendo sul piano personale quel che avviene in Iran?
«Con un dolore silenzioso ma costante. L’Iran non è per me un luogo lontano: è fatto di volti, di mani intrecciate, di sogni condivisi. Ogni notizia che arriva è una ferita che si riapre, perché so cosa c’è dietro quelle immagini: famiglie, ragazze giovani, donne che chiedono solo di poter vivere. Da occidentale ho il privilegio di poter parlare, e sento la responsabilità di non voltarmi dall’altra parte».
Quanto e come riesce a sentire le ragazze?
«Con molta prudenza. I contatti sono intermittenti, spesso mediati dal silenzio. Ma anche quando non parlano, io sento la loro presenza. Mi arrivano messaggi brevi, a volte solo uno sguardo in una foto, e basta quello per capire che la paura convive con una forza incredibile. Continuano a resistere anche quando il mondo sembra dimenticarle».
E quella paura che avverte cosa le fa provare?
«Ci sono notti in cui non dormo, perché so che quando una persona smette di avere paura non è perché è libera, ma perché è stata spinta oltre il limite».
L’Iran che ha conosciuto che Paese è?
«È complesso, profondamente vivo. Molto diverso dall’immagine monolitica che spesso arriva in Occidente. Ho conosciuto, viaggiando al di fuori del contesto della federazione e quindi filogovernativo, un Iran fatto di giovani curiosi, di donne preparate, di un’umanità che cerca spazi di libertà anche dove sembrano non esistere. È un Paese che ama la bellezza, la cultura, lo sport».
La sua opinione politica, invece?
«Oggi l’Iran è governato da un regime criminale che ha trascinato il Paese in una crisi morale, economica e umana senza precedenti. Che reprime il dissenso, considera il popolo un nemico da mettere a tacere. La svalutazione della moneta ha distrutto il potere d’acquisto delle famiglie. Con uno stipendio non si riesce più a comprare nemmeno il pane. La fame spinge la gente in piazza, non la politica. Chi scende in strada non lo fa per ideologia, ma per sopravvivere».
La speranza che ha?
«Soltanto che finiscano le storiche divisioni interne al popolo iraniano. Basta frammentazioni. Come dice un amico iraniano, il dottor Taher Djafarizad, non è il momento di sostituire un dittatore con un altro. Non devono voler cambiare “padrone”: devono voler cambiare sistema. Il tempo di questo sistema è finito. Gli iraniani non chiedono vendetta, chiedono giustizia. Non chiedono violenza, chiedono libertà. Non chiedono padroni, chiedono diritti. Il regime può reprimere, ma non può fermare un popolo che ha deciso di rialzarsi».
Vai a tutte le notizie di Verona
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto
15 gennaio 2026 ( modifica il 15 gennaio 2026 | 07:38)
© RIPRODUZIONE RISERVATA