di
Paola Stroppiana
Istituita da Carlo Alberto e aperta al pubblico nel 1837, costituisce una delle collezioni più ricche e prestigiose d’Europa nel suo genere. Intervista alla curatrice, la storica dell’arte Giorgia Corso
Per chi visita l’Armeria Reale di Torino e si affaccia sulla spettacolare Galleria del Beaumont, fosse anche un ritorno, il moto di meraviglia e di sorpresa è sempre quello «da prima volta»: si viene accolti dallo scintillio di armi e armature — scenograficamente disposte lungo le pareti — e dalla grandiosa parata di cavalieri in armi su cavalli bardati a grandezza naturale, in un tripudio di metalli lucenti e piumaggi variopinti.
Gli affreschi del Beaumont
L’allestimento si sviluppa lungo cinque campate, intervallate da dodici ampie finestre, e comprende complessivamente quarantuno vetrine, realizzate dall’ebanista Gabriele Capello secondo i raffinati disegni di Pelagio Palagi.
I cavalli (in totale sono 15) si fronteggiano dai due lati opposti della Galleria, scandendo il percorso di visita ed evocando immagini di tornei, battaglie e parate militari: lo sguardo d’insieme è di stupefacente, estrema eleganza. Istituita dal re Carlo Alberto di Savoia e aperta al pubblico nel 1837, l’Armeria Reale costituisce una delle collezioni più ricche e prestigiose d’Europa nel suo genere. Conservata ancora nella sua sede originaria, si sviluppa nell’eccezionale contesto settecentesco della citata Galleria Beaumont, così denominata per gli affreschi delle Storie di Enea che ne ornano la volta, realizzate da Claudio Francesco Beaumont tra il 1738 e il 1743.
Cinquemila oggetti
La preziosa collezione di armi fu allestita a partire dal 1834 sotto la direzione del conte Vittorio Seyssel d’Aix; nel 1842 l’istituzione fu ampliata con la Rotonda, progettata da Pelagio Palagi, destinata ad accogliere le collezioni più recenti, risorgimentali e orientali. Con la nascita della Repubblica italiana nel 1946 assunse la qualifica di museo statale. Le collezioni (oltre cinquemila oggetti) includono armamenti appartenuti ai Savoia, capolavori dei più celebri armorari italiani ed europei e rarissimi cimeli, tra cui la spada medievale tradizionalmente attribuita a San Maurizio.

È la curatrice dell’Armeria, la storica dell’arte Giorgia Corso, a guidarci nella visita, chiarendo subito uno dei dubbi più frequenti nei visitatori: gli splendidi cavalli sono veri animali impagliati?
«Ancora oggi i cavalli costituiscono uno degli elementi più stupefacenti dell’Armeria Reale per il loro accentuato naturalismo, che suscita nel pubblico sorpresa e ammirazione. Si tratta in effetti di sculture in legno rivestite di vere pelli equine, ottenute con la tecnica della naturalizzazione. Vere e proprie opere d’arte, la cui esecuzione era affidata nel tempo ad alcuni tra i più abili scultori operanti a corte, tra cui Stanislao Grimaldi, autore dei disegni preparatori, Giovanni Tamone, intagliatore ed ebanista, coadiuvati dai migliori acconciatori e tassidermisti attivi per la collezione della Mandria Reale e per il Museo di Zoologia dell’Università di Torino. Il procedimento prevede la creazione di un modello scolpito a grandezza naturale sul quale viene applicata la pelle dell’animale, separata dalla carcassa e opportunamente conciata per assicurarne la perfetta conservazione».
Perché la scelta delle «sculture rivestite»?
«Nel 1834, tra i primi acquisti, giunse a Torino da Parigi un’armatura tedesca di grande pregio con cavallo e cavaliere. Si tratta della famosa armatura doppia attribuita a Kolman Helmschmid di Augusta: l’arrivo di questo pezzo sembra aver influenzato la scelta di adottare per tutte le cavalcature queste tecniche particolarmente complesse ma di grande efficacia in termini di estetica e verosimiglianza. Tra l’altro, proprio per la rarità e la qualità, nel 2024 l’armatura e la barda sono state richieste in prestito per la mostra “Cheval en majesté. Au cœur d’une civilisation” al castello di Versailles, la più vasta mostra mai dedicata prima al cavallo e alla civiltà equestre in Europa dal XVI al XX secolo».
Ci descrive la particolarità della doppia armatura e in particolare della straordinaria barda in pelle di rinoceronte?
«L’armatura doppia da guerra e da torneo, in acciaio sbalzato, cesellato e inciso all’acquaforte, comprendente l’armatura del cavaliere, la sella, la testiera (decorata da una splendida sirena e da due tritoni a sbalzo) e il guardacollo del cavallo, è opera di Kolman Helmschmid di Augsburg e risale al 1525 circa. Di grande finezza esecutiva, apparteneva al conte Wilhelm Reiter von Boxberg di Augsburg. La barda in cuoio bollito di rinoceronte, composta da groppiera, balzana e coderone, modellato a caldo e dipinto con monogrammi, cuori rossi e iscrizioni, è opera di manifattura tedesca, databile al 1529. È un’opera unica nel suo genere: non ne esistono altre, se non alcuni brani, ma nessuna in così buono stato conservativo. Inoltre è riccamente dipinta, e il committente ne rivendica la proprietà con il suo monogramma».
Come sono giunte queste due opere?
«Legate da vicende storiche e coerenti da un punto di vista cronologico, facevano parte della raccolta di armi del barone Pierre-François Percy, chirurgo di campo dell’armata di Napoleone Bonaparte e appassionato collezionista. Nel 1825, alla morte del barone, la collezione era stata acquistata in blocco dal mercante Edme Antoine Durand, il quale poi l’aveva messa all’asta a Parigi nel 1830. Rimaste invendute, l’armatura e la barda passarono a Louis Lacroix, gioielliere e corrispondente per acquisti sul mercato antiquario di Carlo Alberto di Savoia. Come ricordavo, furono tra le prime opere ad essere acquisite».
È vero che si deve all’interesse di Maria Bona di Savoia, in visita alla fine degli anni 20, la decodificazione dei simboli araldici sulla barda?
«È una vicenda piuttosto curiosa: nel giugno del 1927 il principe Corrado di Baviera si recò in visita all’Armeria con la moglie Maria Bona di Savoia: quest’ultima rimase molto colpita dalla barda e dalle sue decorazioni. Il principe fece recapitare allo studioso Hans Stoecklein una lettera con la richiesta di maggiori informazioni a riguardo. Stoecklein, già esperto della storia dell’armeria del castello di Neuburg, riconobbe immediatamente nel monogramma OHS, con i numerosi cuori rossi e le mani intrecciate, le iniziali di Ott Heinrich von Neuburg, elettore del Palatinato, e di sua moglie Susanna di Baviera. Analizzando gli inventari lo studioso ricostruì la storia del finimento: si trattava di un pezzo originale commissionato tra il 1529 e il 1543, periodo del matrimonio della coppia principesca. Stoecklein tentò anche l’interpretazione dell’iscrizione sull’armatura, traducibile con un’invocazione (“Principale stella fortunata…”), espressione dell’interesse di Ott Heinrich per astrologia e oroscopi. Potremmo dire che è una vicenda chiarita anche grazie… all’amore!».
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15 gennaio 2026 ( modifica il 15 gennaio 2026 | 03:31)
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