Episiodio di transizione tra il primo 28 Anni Dopo e l’annunciata chiusura della Trilogia, questo film scritto da Garland e diretto da Nia DaCosta è una piccola, divertente e divertita bizzarria che percorre una strada decisamente originale. La recensione di 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa di Federico Gironi.

In un momento imprecisato della mia scuola elementare, alla metà degli anni Ottanta, con dei compagni di classe decidemmo di formare una band per allietare le lunghe ricreazioni in cortile. Mi ricordo solo che ci si esibiva su dei gradini, che c’era qualcuno che percuoteva alcune scatole di latta dei biscotti e che io, il cantante, mi esibivo in “The Wild Boys” dei Duran Duran (forse anche in “We Are the World”, ma non ci metterei la mano sul fuoco). La cosa durò poco, poiché le suore un giorno vennero a scoprire che alcune compagne, di loro iniziativa, si cambiavano per la ricreazione indossando abiti che le facevano sentire a loro agio come coriste, ruolo che si erano auto assegnate, ma poco consoni al decoro di quella scuola cattolica; e loro, le suore, non la presero bene. Credo anche che, in qualità di leader della band, venni ingiustamente rimproverato come istigatore di quell’indecenza: e questo è uno dei tanti episodi infantili, uno forse di una certa rilevanza, che hanno visto l’emergere della mia vena istrionica venire additato e mortificato, e che mi hanno trasformato nell’uomo grigio e represso che sono oggi.

Questo non lo racconto per vanità o ombelicalismo, ma perché in 28 anni dopo: Il tempio delle ossa c’è un uso notevole dei Duran Duran (non di “The Wild Boys”, ma ci torniamo; e comunque la madeleine è scattata lo stesso) e perché chiaramente nessuno dei personaggi coinvolti nella realizzazione di questo film ha mai visto il suo istrionismo venire represso o mortificato.

Di certo non è poco istrionico Danny Boyle, che questo film l’ha solo prodotto ma il cui spirito pervade tutta l’operazione, e di certo non è inibito Alex Garland, sceneggiatore oltre che produttore; come non lo è Nia DaCosta, che pure firma una regia fin troppo imitativa rispetto il modello del precedente film di Boyle (il DOP è però Sean Bobbitt, e non Anthony Dod Mantle, e si vede).

Istrionico è di sicuro il Jack O’Connell che interpreta Sir Lord Jimmy, lo squilibrato leader di una banda di disgraziati sopravvissuti all’epidemia che si crede figlio di Satana (“Il Grande Caprone”, dice lui) e che semina morte come e più degli infetti, e con più crudeltà (scuoiano persone per divertimento). Sir Lord Jimmy l’ex bambino traumatizzato dell’incipit del primo 28 anni dopo che in cui, alla fine di quel film, s’imbatte il povero Spike, qui costretto a far parte della sua banda di psicopatici.

Istrionico poi, manco a dirlo, è Ralph Fiennes, che riprende il ruolo dello strampalato dottor Ian Kelson, signore del Tempio delle Ossa: non tanto quando, utilizzando dardi alla morfina e le canzoni di “Rio” (eccoli di nuovo i Duran Duran), ammansisce e si fa amico il gigantesco Samson, l’infetto alpha dal pene massiccio incline a strappare teste e spina dorsale delle sue vittime conosciute nel primo film, andando incontro a straordinarie scoperte e, forse, alla possibilità di una cura per questa maledizione, quanto per quel momento talmente oltre da risultare irresistibile si presenta a Jimmy e ai suoi in versione Satana, ballando come un ossesso truccato come fosse a Città del Messico nel Dia de los muertos sulle note di “The Number of the Beast” degli Iron Maiden.

Penso che si sia capito, già da queste righe, che pur non essendo – per fortuna – parossistico nel ritmo, 28 anni dopo: Il tempio delle ossa è un film che non solo ama andare sopra le righe, ma che osa, spinge in direzioni insolite, e che propone allo spettatore qualcosa di molto diverso rispetto al precedente capitolo, così come il precedente capitolo di distaccava molto dall’originario 28 giorni dopo.

Siamo ancora in quel mondo, certo, ci sono ancora gli infetti, certo, ma il loro ruolo è del tutto marginale (Samson escluso), così come tutto sommato Spike è solo un trait d’union tra film e personaggi. Col suo copione Garland ha voluto esplorare – con molto black humor – orrori tutti umani, deviare rispetto all’idea di traiettoria data in precedenza, scavando dentro le teste di certe figure per andare a raccontare in qualche modo il punto d’origine di un trauma che li ha cambiati per sempre. In un senso o nell’altro.

DaCosta, dal canto suo, imitazioni di Boyle a parte, sembra divertirsi un mondo a alternare sospensioni e esplosioni di violenza, a ravanare nelle perversioni di Jimmy e delle sue dita, alle ossessioni di Kelson e a quelle di Sanson, riuscendo anche a tratteggiare non solo sensazioni ma anche psicologie; e si diverte anche molto, e con efficacia, a giocare con l’iconografia avuta in eredità e coi toni stralunati del copione di Garland.

E quindi, tutto di tanto in tanto esplode in bizzarrie assortite, tipo quelle musicali, che possono sembrare esagerate, ma in fondo è proprio lì che sta il bello. Resta la curiosità di vedere cosa accadrà nell’annunciato terzo film della trilogia, dove andranno e chi incontreranno i sopravvissuti (qui sul finale torna una vecchia conoscenza che fa andare in brodo di giuggiole gli appassionati), e se – di nuovo – ci sarà uno scarto, una sorpresa, un traiettoria inedita, qualche brano musicale memorabile.