di
Filippo Mazzarella
L’intero dispositivo narrativo è costruito come una trappola percettiva per lo spettatore
Dopo la “sbornia” di Pulp Fiction (1994), che lo impose definitivamente a Hollywood e al mondo, Quentin Tarantino attraversò un biennio frenetico: nel solo 1995 firmò un episodio di E.R. – Medici in prima linea, interpretò Mister Destiny/Destiny Turns on the Radio di Jack Baran e comparve in un cameo in Desperado di Robert Rodriguez, regista compagno di formazione ai tempi del Sundance Film Institute con cui condivise anche un film collettaneo (Four Rooms, 1995, in quattro episodi: i loro più uno di Alison Anders e uno di Alexandre Rockwell).
Il 1996 si aprì invece per lui e il suo sodale all’insegna di un horror sui generis come Dal tramonto all’alba/From Dusk Till Dawn, uscito nelle sale americane il 19 gennaio (mentre da noi arriverà addirittura a inizio 1997), da lui scritto (su soggetto di Robert Kurtzman) e interpretato e diretto dal solo Rodriguez. È uno di quei film che, oltre a definire meglio -a posteriori- la poliedricità ludica del regista di Knoxville, continuano a funzionare come oggetti teoricamente “instabili”: non solo per la celebre torsione di genere a metà racconto, ma perché l’intero dispositivo narrativo è costruito come una trappola percettiva per lo spettatore, chiamato a rinegoziare continuamente le proprie aspettative di fronte a una struttura che non ibrida i generi in senso “pacificato”, ma li fa collidere trasformando la discontinuità in metodo.
La trama, apparentemente lineare nella prima parte, segue la fuga dei fratelli Seth (George Clooney) e Richie Gecko (Quentin Tarantino), due criminali ricercati per una sanguinosa rapina in Texas. Se il primo è un professionista freddo e a suo modo carismatico, il secondo è un sociopatico instabile e poco capace di distinguere fantasia e realtà. Dopo aver attraversato il confine col Messico, i due prendono in ostaggio la famiglia Fuller: Jacob (Harvey Keitel), ex pastore in crisi di fede dopo la morte della moglie, e i suoi figli Kate (Juliette Lewis) e Scott (Ernest Liu), costringendoli a trasportarli a bordo del loro camper al Titty Twister, un locale in pieno deserto dove li attende Carlos (Cheech Marin) con i soldi della rapina e la promessa di una fuga definitiva. Il sordido strip club popolato da camionisti, fuorilegge e prostitute si rivela però ben presto essere un covo di vampiri dove la non-morta Santanico Pandemonium (Salma Hayek), sacerdotessa “erotica” del locale, dà il via a un massacro che coinvolgerà anche i criminali Frost (Fred Williamson) e “Sex Machine” (il maestro degli effetti speciali di makeup Tom Savini). Costringendo i tapini a barricarsi nel locale fino allo scontro finale che porterà alla morte di quasi tutti e rivelerà la vera natura del Titty Twister come antico tempio azteco.
Sul piano teorico, Dal tramonto all’alba (che si trasforma nella seconda metà in un survival horror con generose dosi di splatter) è quasi una riflessione sulla sovranità del racconto come gesto di “potere”: se Tarantino scrive una prima parte che sembra un road movie criminale verboso (andrebbe visto -o rivisto- rigorosamente in versione originale) e dominato dalla sua peculiare “performatività” del dialogo e dal piacere sadico della parola, consegna poi la seconda alla scompostezza post-pulp e arrembante tipica di Rodriguez, che lo “risolve” come puro cinema fisico fatto di corpi smembrati, effetti speciali artigianali, ritmo da exploitation e strizzate d’occhio infinite a decenni di produzioni di serie B. La famosa svolta non è tanto un colpo di scena narrativo, quanto un vero e proprio cambio di regime dell’immaginario: e in questo senso funziona, ovviamente, anche come riflessione metacinematografica sul genere stesso. Se la prima parte sembra promettere un film tarantiniano (già) classico (i criminali larger-than-life, la violenza suggerita ma sotto controllo, la parola beffardamente in primo piano), la seconda disintegra quell’aspettativa rivelando che il patto finzionale era completamente fondato sull’inganno: lo spettatore, come i personaggi, entra così nel Titty Twister convinto di sapere che tipo di film sta guardando, per poi scoprire di colpo che le regole sono cambiate senza preavviso.
I personaggi incarnano subdolamente questa frattura: se Seth (il memorabile, divertito Clooney) è un “residuo” del cinema gangsteristico classico, Richie appartiene invece da subito già all’ordine del “mostruoso” (e non a caso viene eliminato proprio nel momento della transizione, quando la narrazione non ha più necessità di una follia “umana” perché può finalmente abbracciare l’horror soprannaturale), mentre Jacob Fuller (un parimenti scatenato Keitel) e la sua perdita della fede in un mondo governato dal caso e dalla violenza (a cui “resiste” usando simboli religiosi come armi riducendo la religione a “strumento”) è la perfetta cesura tra le due istanze. Il tutto è calato in un Messico liminale e probabilmente anche simbolico, rappresentato come spazio dell’eccesso e del caos (secondo una tradizione exploitation che discende dritta -anche- dallo spaghetti western; a ennesima riprova e testimonianza dell’amore dichiarato di Tarantino per il cinema “cadetto” di ogni luogo e tempo), dove il realismo è volutamente e ricercatamente bandito a vantaggio di un immaginario pop iperbolico, completamente consapevole della propria artificialità.
Molto più divertente e chiaro oggi che all’epoca (quando una parte di critica giovane e con la puzza sotto il naso cercava ancora di delegittimare il “metodo” del saprofitismo tarantiniano sperando invano di non dovergli mai riconoscere un reale statuto autoriale), Dal tramonto all’alba resta un godibile oggetto anomalo e fuori dal tempo, non conciliatorio e “istruttivo”: perché non solo è ancora una lezione (brutale) sulle ultime possibilità di realizzare film puramente di genere (il nuovo millennio spazzerà via definitivamente la praticabilità di questa opzione), ma anche la dimostrazione che il Cinema (non solo) d’intrattenimento “migliore” è sempre un campo di forze instabili, dove il piacere dello spettatore nasce proprio dalla perdita di ogni sicurezza. Ebbe due sequel direct-to –video, come usava un tempo, entrambi del 1999 e diretti da poveracci: Dal tramonto all’alba 2 – Texas, sangue e denaro/From Dusk Till Dawn 2: Texas Blood Money, di Scott Spiegel; e Dal tramonto all’alba 3 – La figlia del boia/From Dusk Till Dawn 3: The Hangman’s Daughter di P.J. Pesce. Fate finta che non vi sia stato ricordato.
15 gennaio 2026
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