Una madre, su Famiglia Cristiana, segnala che nella terza elementare di suo figlio le attività a casa richiedono spesso l’apertura di link YouTube o pagine web, costringendo all’uso di telefoni o tablet. Chiede come affrontare la situazione con la maestra e se sia in contrasto con la filosofia educativa della scuola.
Alberto Pellai osserva che in molte scuole permane l’idea che compiti e lezioni debbano includere componenti digitali, con link, video e navigazioni che richiedono device elettronici anche a casa. Secondo lui, gran parte delle ricerche indica che la semplice disponibilità di strumenti digitali non migliora gli apprendimenti e spesso è associata a risultati peggiori nei profitti scolastici — un elemento che conferma la preoccupazione dei genitori.
Il consiglio è di mettere in discussione il metodo con la docente nel consiglio di classe, non opponendosi ma chiedendo se la maestra ritenga davvero necessario lo smartphone per un buon apprendimento alla primaria. Pellai suggerisce inoltre agli insegnanti di limitare l’uso di device alla sola attività in classe con la supervisione dell’insegnante, evitando di richiedere attività digitali da svolgere a casa, elemento che renderebbe difficile per le famiglie ritardare l’uso del telefono nei bambini.
Policy internazionali: ridurre l’impatto del digitale nella scuola
In Europa
La questione del digitale nella didattica è un argomento che oggi ha investito anche le istituzioni. Politiche europee, in particolare, che, è bene sottolinearlo, non puntano a eliminare il digitale, ma a dare una cornice più equilibrata all’uso delle tecnologie, bilanciando strumenti digitali con metodi tradizionali.
Commissione Europea e Stati membri stanno, infatti, raccogliendo pratiche e dati su come i divieti o le limitazioni all’uso di dispositivi mobili nelle scuole possano influire sull’ambiente di apprendimento, con l’obiettivo di prendere decisioni entro fine 2025.
In diversi paesi UE si segnalano iniziative per limitare smartphone e tablet: in Finlandia dal 2025 sarà fortemente limitata l’uso dei telefoni durante le lezioni, consentito solo per motivi didattici o sanitari con autorizzazione insegnante.
Nelle scuole di Austria, e regioni come Madrid (Spagna) sono già state annunciate o adottate norme che vietano o riducono le ore di uso di device digitali nelle attività didattiche quotidiane, vietando anche i compiti su schermo nelle primarie.
Queste misure non rigettano la tecnologia ma la contestualizzano: in alcuni casi si limita l’uso non educativo degli strumenti, per favorire concentrazione, interazione sociale e processi cognitivi non mediati dallo schermo. Le istituzioni europee, intanto, promuovono anche strategie per sviluppare competenze digitali equilibrate, mirando a far raggiungere all’80% della popolazione competenze digitali di base entro il 2030.
Nel resto del mondo
Al di fuori dell’Europa, diversi paesi hanno adottato normative simili volte a limitare o regolamentare l’uso di smartphone in ambito scolastico:
Cile ha approvato una legge che vieta l’uso di smartphone durante le ore di lezione nelle scuole elementari e medie, con eccezioni per situazioni di emergenza o educative.
Stati Uniti: in molti Stati (come il New Jersey) sono state adottate norme che bandiscono i telefoni non utilizzati per fini didattici durante l’orario scolastico.
Corea del Sud ha approvato una legge che vieta l’uso dei telefoni cellulari in classe, permettendo l’uso solo per motivi educativi o per studenti con bisogni specifici.
Questi interventi rispondono alla crescente evidenza, raccolta anche dall’OCSE, che l’uso intensivo dei dispositivi digitali non garantisce automaticamente risultati migliori e può distrarre o interferire con l’apprendimento tradizionale e la capacità di concentrazione degli studenti.
La riflessione di Marcello Bramati
Anche Marcello Bramati, sul suo blog, interviene sull’argomento, osservando come alcune nazioni del Nord Europa hanno rivisto in modo strutturale le loro politiche scolastiche digitali. Non si tratta di un aggiustamento, dice, ma di un cambio netto di rotta che rimette al centro la questione educativa e non quella tecnologica.
In Danimarca, ad esempio, il Ministero ha deciso di ridurre l’uso dei dispositivi nei primi anni di scuola, dando maggiore spazio a libri e scrittura a mano. Anche in Svezia si è registrato un ridimensionamento: dopo anni di investimenti in tablet e piattaforme digitali, il governo ha riconosciuto la necessità di bilanciare l’approccio tecnologico con quello analogico, anche in seguito ai risultati poco soddisfacenti delle indagini internazionali sulla lettura.
“Il digitale non scompare dalle aule nordiche”, chiarisce Bramati, “ma, dopo l’infatuazione, viene ricondotto a strumento.” L’obiettivo non è rifiutare la tecnologia, ma smontare l’aura ideologica che l’ha circondata. La vera domanda, secondo lui, non è se usare i dispositivi, ma “quando, come e per quale scopo.” Una questione che definisce chiaramente “pedagogica, non tecnologica.”
La sua riflessione si allarga poi al contesto scolastico più generale, segnato da una tendenza alla semplificazione: programmi alleggeriti, testi scolastici ridotti, valutazioni più morbide. È un processo che, seppur motivato da inclusione e accessibilità, rischia di trasformare la complessità in qualcosa da evitare. Il digitale, in questo scenario, ha fatto da moltiplicatore simbolico: più strumenti e contenuti, meno profondità.
“A fronte di tutto questo”, scrive Bramati, “le evidenze sull’apprendimento non sono affatto lineari.” E richiama l’OCSE, che già dal 2015 segnalava come un uso intensivo della tecnologia nelle scuole potesse avere effetti negativi sulle competenze di base. Le ricerche PIRLS, aggiunge, confermano che un’esposizione precoce e massiccia agli schermi non favorisce la comprensione profonda dei testi nei bambini.
Chiude con una riflessione sulla fase attuale: l’impatto dell’intelligenza artificiale, molto più radicale e pervasivo della digitalizzazione scolastica vista finora, impone un ripensamento ancora più urgente del ruolo degli strumenti tecnologici nella formazione.