La pioggia segna, in modo intimo e personale, uno degli scatti più straordinari di Ugo Borsatti, quello che, in punto di morte, egli stesso ha indicato come la sua fotografia prediletta.
Realizzata il 26 dicembre 1964, in un giorno di festa, questa immagine racchiude tutta la sensibilità dello sguardo del fotografo: scattata dall’interno della sua auto, attraverso il vetro appannato e rigato dalla pioggia, documenta un momento sospeso e silenzioso, quasi irreale. È significativo ricordare che, all’epoca, la piazza era ancora percorribile in auto, un dettaglio che oggi aggiunge un senso di distanza temporale.

Lo spazio è deserto e silenzioso, liquido, come la pioggia fitta che lo bagna. Al centro della scena, perfettamente allineato tra i due piloni, un uomo solo, vestito di scuro, si ferma con l’ombrello aperto. Solo alcuni piccioni osano sfidare il maltempo.
Il vetro dell’auto funziona come un filtro naturale: l’effetto è pittorico, onirico, quasi metafisico. Non è più solo uno scatto documentario, ma una vera e propria fotografia d’autore, in cui la realtà si piega alla percezione, al sentimento, alla memoria.
In questo frammento rarefatto, la città si fa tempo interiore, riflesso di uno sguardo che ha attraversato il secolo con discrezione e profondità. La cronaca si fa poesia. E la pioggia, ancora una volta, non bagna soltanto la pietra, ma lascia una traccia nell’immaginario condiviso.