Il punto sui temi di attualità, ogni lunedì
Iscriviti e ricevi le notizie via email

La sfida di Donald Trump a Putin per il dominio dell’Artico passa senza ombra di dubbio dalla Groenlandia. Ma da sola non basta. Ed è per questo che, oltre ai timori della Danimarca che rischia di perdere il controllo della sua mega isola, ora anche la Norvegia rischia di ritrovarsi nella stessa situazione. Sul piatto infatti potrebbero esserci le Isole Svalbard. E probabilimente è lì che si gioca la vera partita tra Stati Uniti e Russia


APPROFONDIMENTI

La sfida per l’Artico

Per anni l’Artico è stato raccontato come una periferia del mondo. Remoto, inospitale, marginale. Oggi è l’esatto opposto. Il progressivo scioglimento dei ghiacci, la competizione sulle risorse e il ritorno della politica di potenza hanno trasformato il Grande Nord in uno dei teatri più sensibili del confronto globale. In questo contesto, le recenti e reiterate dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia non appaiono più come una bizzarria diplomatica, ma come il tassello iniziale di una strategia più ampia. Un piano che potrebbe avere un obiettivo successivo ben preciso: le isole Svalbard, appunto. L’interesse di Trump per la Groenlandia, già emerso durante il suo primo mandato e tornato ciclicamente nel dibattito politico statunitense, va letto in chiave strategica più che territoriale. La Groenlandia rappresenta per Washington un’enorme piattaforma avanzata nel Nord Atlantico. Controllo delle rotte artiche, sorveglianza missilistica, accesso a risorse critiche e, soprattutto, contenimento dell’influenza russa e cinese nell’Artico. Forse per questo ribadisce più volte la frase: «La Groenlandia ci serve». E probabilmente questa convinzione ha portato al fallimento del primo tentativo di accordo con la Danimarca nell’incontro di mercoledì alla Casa Bianca. Non un caso nemmeno la risposta arrivata da Mosca oggi. «Qualunque tentativo di ignorare gli interessi, in particolare di sicurezza, della Russia nell’Artico non rimarranno senza risposta», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che si lega all’invio di personale militare dai Paesi europei, tra cui Francia, Germania, Svezia e Norvegia

La posizione strategica delle Svalbard

Conquistare politicamente la Groenlandia, non necessariamente attraverso un’annessione formale ma tramite un rafforzamento radicale della presenza militare, economica e infrastrutturale americana, significherebbe consolidare il fianco nord della Nato e proiettarsi verso il cuore dell’Artico.

Ma la Groenlandia, da sola, potrtebbe non bastare. In questo contesto entrano in ballo le Svalbard. Si tratta di un piccolo arcipelago, scarsamente popolato e formalmente sotto sovranità norvegese. Eppure, dal punto di vista geopolitico, vale molto più della sua dimensione geografica. Si trovano in una posizione cruciale tra il Mare di Barents e il Polo Nord, a ridosso delle rotte che collegano l’Atlantico all’Artico centrale e, indirettamente, alle coste russe. A differenza della Groenlandia, le Svalbard sono regolate da un trattato internazionale unico: il Trattato delle Svalbard del 1920, che limita la militarizzazione dell’arcipelago e garantisce pari diritti economici agli Stati firmatari. Ed è proprio qui che si apre lo spazio per una sfida indiretta. La Russia mantiene una presenza stabile alle Svalbard attraverso la comunità di Barentsburg. Non è una presenza economicamente decisiva, ma politicamente simbolica. Si tratta infatti di un avamposto russo in un territorio controllato da uno Stato Nato. Per Mosca, le Svalbard sono una linea rossa silenziosa. Per Washington, potrebbero diventare una leva.Cosa potrebbe succedere

Se gli Stati Uniti riuscissero a consolidare la loro influenza sulla Groenlandia, il passo successivo non sarebbe necessariamente una mossa esplicita sulle Svalbard, ma una pressione graduale su più livelli. Maggiore coinvolgimento statunitense nella sicurezza artica norvegese, interpretazioni più “elastiche” del Trattato delle Svalbard in chiave occidentale, aumento della presenza scientifica, tecnologica e infrastrutturale occidentale sull’arcipelago e sostegno politico a Oslo nelle dispute legali e diplomatiche con Mosca. In altre parole, non una conquista, ma una trasformazione dell’equilibrio. Le Svalbard diventerebbero così il punto di contatto diretto tra l’Artico russo e l’Artico occidentale, un luogo in cui testare i limiti della tolleranza russa senza oltrepassare formalmente la soglia del conflitto. Sfidare la Russia alle Svalbard significherebbe colpire Mosca lontano dall’Ucraina, in un’area dove la Russia si sente strategicamente vulnerabile ma non può reagire apertamente senza apparire aggressiva. È la classica dinamica della “zona grigia”, terreno fertile per una politica estera muscolare come quella trumpiana. In questo scenario, le Svalbard cessano di essere un’anomalia pacifica del diritto internazionale e diventano un simbolo della nuova fase geopolitica. Un Artico militarmente prudente, ma politicamente sempre più conflittuale. Se la Groenlandia rappresenta la porta d’ingresso dell’Artico per gli Stati Uniti, le Svalbard potrebbero diventarne il fronte avanzato.ù


© RIPRODUZIONE RISERVATA