In Italia, le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del PIL, quasi un punto in meno della media dell’Unione europea e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro: la metà di questo divario è a carico della formazione Universitaria, dove la spesa pubblica per studente è significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore. “Negli altri paesi, al contrario, l’investimento per studente cresce con il livello di istruzione”.
Il focus del governatore Bankitalia
Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha avviato così la sua analisi sulle condizioni dell’università italiana durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-26 dell’università di Messina (a pochi giorni dall’uccisione in Iran dello studente iraniano Yasin Miurzaei, 31 anni, che frequentava proprio questo ateneo). Il focus: i giovani che lasciano l’Italia, complice il disinvestimento- economico e umano – sull’istruzione universitaria.
Valorizzare gli atenei
“Metà del divario di spesa rispetto al resto della UE – spiega infatti Panetta, che ne auspica un adeguamento – riflette il minore investimento nell’istruzione universitaria”. L’adeguamento, dice, rafforzerebbe “la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale”.
Precarietà e tagli
In Italia, come già raccontato dal Fatto al il sistema universitario pullula di precari, aumentati anche a causa dell’utilizzo di contratti legati ai progetti del Pnrr. La stabilizzazione è una chimera: basti pensare che il finanziamento previsto nella legge di bilancio, che scarica sulle università statali la responsabilità di assunzione delle migliaia di ricercatori precari, potrebbe non permettere agli atenei neanche di stabilizzare i soli 1.600 ricercatori “coperti” sui 4.500 individuati dal Governo stesso o, addirittura, sugli oltre 20 mila stimati dai sindacati in un conteggio che considera tutte le forme di contratti a tempo determinato su cui si appoggiano l’università italiana e i centri di ricerca. Eppure, dice Panetta, “investire in istruzione, ricerca e formazione significa investire a un tempo nelle potenzialità del Paese e nelle aspirazioni dei singoli: nella capacità dei giovani di scegliere, di crescere, di contribuire a un’economia più dinamica e a una società più giusta”.
La fuga dai salari che non fa crescere il Paese
In questo contesto, non è una sorpresa che i giovani laureati italiani preferiscano andare all’estero: in Germania, rileva il governatore, guadagnano in media l’80 per cento in più dei coetanei italiani mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento. La fuga è a discapito della crescita del Paese e a cui contribuisce il livello dell’Istruzione. “Formare i giovani è un investimento ad alto rendimento per la società. Un’ampia letteratura teorica indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di sviluppo di un’economia. Le evidenze empiriche confermano che i paesi in cui l’istruzione della popolazione progredisce più rapidamente registrano tassi di crescita più elevati”
Niente professionisti per le imprese: meno crescita
Ed è proprio il basso rendimento della formazione universitaria in Italia a spingere un numero crescente di giovani laureati a emigrare all’estero: “Un fenomeno – dice Panetta – che interessa anche il Nord del Paese”. Circa un decimo dei laureati se ne va, con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici “figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza”. Una crescita stabile, deve infatti poggiare su un innalzamento della produttività. “Ciò richiede investimenti in innovazione e capitale umano, due ambiti in cui l’università svolge un ruolo centrale”. E quando un’economia non dispone di professionalità adeguate “il progresso tecnologico tende ad ampliare le disuguaglianze: i lavoratori con competenze più elevate ne traggono beneficio, mentre quelli con livelli di istruzione più bassi rischiano di rimanere indietro”.
La narrazione del “va tutto bene”
Proprio su questi temi, si sviluppa il documento diffuso in queste ore dalla Flc Cgil dal titolo “Precarietà, risorse, autonomia – Le mani sull’università” che introduce la manifestazione nazionale che si svolgerà martedì 20 s a Napoli, durante la quale interverrà la segretaria Gianna Fracassi. “La narrazione ufficiale descrive un sistema universitario italiano prospero, con atenei riempiti di soldi come mai prima d’ora – si legge – un Fondo di Finanziamento Ordinario che per la prima volta ha superato i 9,4 miliardi di euro, Dipartimenti e strutture inondate dai fondi del PNRR, oltre 10 miliardi di euro accantonati sui conti degli atenei, un nuovo Fondo di Programmazione della Ricerca con relativo programma triennale, la capacità di competere sulla scena globale”. Eppure, scavando emerge una realtà diametralmente opposta. “A quindici anni dalla riforma Gelmini, l’università pubblica italiana non si trova semplicemente in una fase di stagnazione, ma sta vivendo una mutazione genetica indotta da scelte politiche precise: il definanziamento strutturale, la precarizzazione come metodo di gestione e la mercificazione dei titoli di studio. Sulle risorse si è ricorso ad un gioco delle tre carte finanziario”
I fondi tagliati
Nel 2024, spiega il sindacato, il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha subito un taglio effettivo di oltre 500 milioni di euro, sebbene nominalmente la riduzione appaia minore, mettendo sostanzialmente a carico degli atenei la quota più significativa del cosiddetto Piano straordinario Messa (340 milioni di euro, per quell’anno). Nel 2025 si sono solo recuperate queste ultime risorse, lasciando un taglio di oltre 200 milioni di euro rispetto quanto era precedentemente previsto. “Per la prima volta da anni le risorse diminuiscono proprio mentre i costi fissi esplodono, in particolare gli adeguamenti stipendiali e le spese legate all’inflazione, mangiandosi ogni margine di manovra. L’inflazione cumulata tra 2022 e 2024, infatti, è di oltre il 18%” si legge. Nel 2024 sono poi scattati gli aumenti contrattuali e quelli legati all’adeguamento ISTAT, che hanno comportato una spesa aggiuntiva di circa 300 milioni di euro per gli atenei. “Tuttavia, lo Stato non ha fornito risorse aggiuntive per coprire questi costi, costringendo le università ad attingere a un FFO già decurtato”. Lo stesso succederà nel 2026 e 2027 “tra l’altro largamente al di sotto della perdita del potere d’acquisto, del personale TAB e del personale docente e ricercatore”.