voto
5.5
- Band:
MOON WISDOM - Durata: 00:29:00
- Disponibile dal: 16/01/2026
- Etichetta:
- Hypnotic Dirge Records
Streaming non ancora disponibile
“Mille cose sai tu, mille discopri/Che son celate al semplice pastore”: si sono scelti un bel nome, i cuneesi Moon Wisdom, che a noi ha ricordato un po’ la struggente descrizione della Luna offerta da Leopardi nel suo splendido “Canto Notturno di un Pastore Errante dell’Asia”. A differenza del satellite cui il nomade leopardiano affida i suoi tormenti, però, i Moon Wisdom sembrano andare un po’ di fretta.
“Let Water Flow”, il loro album di debutto, arriva infatti a meno di un anno dalla formazione della band, anticipato solo da due singoli usciti a strettissimo giro tra novembre e dicembre. Non sappiamo se questa sollecitudine sia una scelta deliberata o un frutto delle contingenze, ma visto il risultato ci chiediamo se, forse, non sarebbe stato meglio concedersi tempi un più distesi e magari testare la propria proposta su un formato meno impegnativo del full-length.
Certo, non parliamo di principianti assoluti: il trio non è altro che una rimodulazione dei Mortress, che, seppur con risultati limitati, sono stati in circolazione per almeno un paio d’anni. Di quell’esperienza, però, i Moon Wisdom sembrano aver ripreso soprattutto i punti deboli, nonostante il tentativo di reinventarsi in un genere diverso.
A proposito di generi, esattamente come accadeva per i Mortress – che si presentavano come un gruppo black-death pur avendo assai poco di black – anche nel caso dei Moon Wisdom la descrizione non rispecchia fedelmente il prodotto. Sulla carta, “Let Water Flow” dovrebbe essere un ‘rituale’ che celebra la cosiddetta ‘second wave norvegese’ coniugando attitudine punk e sfumature depressive; eppure, all’ascolto, non si riconosce quasi nulla di tutto ciò.
Gli stilemi della seconda ondata norvegese del black metal vengono effettivamente ripresi, seppure in una forma manieristica ed elementare, ma sono innestati di elementi che col punk c’entrano davvero poco, a cominciare da una chitarra virtuosa e pulita. Inoltre, mancano tutti quegli accorgimenti che conferiscono ad un album atmospheric black un carattere ritualistico (come i rimandi interni, la struttura più o meno circolare, la presenza di ampie sezioni meditative o la ricerca di un sound evocativo).
Prendiamo ad esempio “As Rain”, prima vera traccia del platter: il riffing insistente è più ripetitivo che ipnotico e, anche quando varia, lo fa in modo per lo più meccanico, spezzando sul nascere qualsiasi flusso emozionale. Non aiutano né il drumming, che non serve le atmosfere e complica inutilmente l’andamento del brano, né la linea vocale piatta, tra le cui sferzate si evince un testo piuttosto ingenuo.
Verso la metà, il pezzo cambia bruscamente, aprendosi a suggestioni dal retrogusto heavy, con tanto di soli, linea di basso sfacciata e batteria in levare: elementi che, paradossalmente, delineano un profilo dei Moon Wisdom potenzialmente più ‘centrato’ di quello su cui la band ha scelto di puntare.
Questo approccio piuttosto acerbo al songwriting, al tempo stesso manieristico e incoerente, è senz’altro uno dei grandi punti deboli di questo lavoro. L’impressione è che i Moon Wisdom abbiano provato a costruirsi un’identità per giustapposizione, più che per sintesi; come se i contributi dei vari membri non fossero ben armonizzati tra loro: il risultato sono dei ‘brani-Frankenstein’ come “Ashen Winds” o “Dark Shades”, in cui batteria e chitarra sembrano perseguire obiettivi diversi, mentre la voce pare accontentarsi di un ruolo da comprimaria, provando forse a rievocare lo stile crudo dei primi Darkthrone o dei Satyricon delle origini, senza però riuscire a canalizzarne il genuino marciume.
Una disarmonia simile è riscontrabile anche nel sound: la chitarra è limpida e spesso così prominente da sovrastare il resto, la voce sporca ma poco incisiva, il basso altalenante, e nel complesso sembra mancare un’idea precisa di come questa commistione di idee dovrebbe suonare. La stessa “Ashen Winds”, in questo senso, è un esempio piuttosto eloquente del problema.
Come abbiamo accennato, forse è proprio ciò che di meno black c’è in “Let Water Flow” ad aprire uno spiraglio per il futuro.
Considerando che si tratta di un debutto e di un lavoro dall’impronta DIY, potrebbe essere un inizio in sordina capace di portare a qualche sviluppo più interessante, a patto che i Moon Wisdom riescano a trovare un equilibrio tra le loro diverse influenze.
E che si prendano tutto il tempo necessario: come insegna Leopardi, la Luna non teme gli affanni del mondo.