Una seconda stanza piena di altri ordigni, bombe di vario genere, quasi tutti residuati della Grande Guerra, alcuni probabilmente simili a quello che esplodendo lo ha ucciso. Ad indicare a carabinieri e artificieri un altro deposito di bombe, a cinquanta metri circa dalla “Santa Barbara” scoperta ieri, 14 gennaio, è stata la compagna brasiliana di Attilio Frare, il 56enne morto cercando di togliere la polvere da sparo ad un proiettile di produzione austro-ungarica di 100 millimetri. In mattinata i carabinieri della Compagnia di Vittorio Veneto e gli artificieri dell’Arma sono tornati nell’abitazione per iniziare la difficile opera di bonifica del magazzino-garage in cui Frare ha perso la vita: la maggior parte delle bombe presenti sugli scaffali (almeno il 90%), diverse decine di granate e proiettili, sono inoffensive ma almeno tre sono in buono stato di conservazione e ancora funzionanti. Finchè la spoletta resta inserita non c’è alcun rischio di esplosione ma sono oggetti che necessitano di un trattamento specifico. La bonifica sia del garage che della nuova stanza scoperta oggi, proseguirà da lunedì, in collaborazione con il centro studi “Ugo Cerletti” di Conegliano che recupererà gli ordigni svuotati della polvere da sparo, qualora ve ne fossero di particolare rilevanza storica. Le bombe ancora pericolose saranno invece trasportate presso una cava e fatte brillare dagli artificieri nelle prossime settimane. La Procura di Treviso non aprirà alcun fascicolo d’inchiesta sulla vicenda, per la morte del reo, ma ha messo sotto sequestro il magazzino e la stanza scoperta oggi; restano ovviamente molti punti oscuri nella vicenda, tra cui la provenienza della bomba, la cui deflagrazione è costata la vita a Frare. L’uomo si trovava al banco da lavoro dell’autorimessa, a poche decine di metri dall’abitazione principale: il malcapitato è stato investito in pieno e il proiettile lo ha privato di un braccio e una gamba. La morte è sopraggiunta sul colpo. Gli artificieri hanno ricostruito la probabile dinamica dell’incidente: il 56enne, molto esperto, è stato tradito da un meccanismo con cui gli austriaci avevano dotato questo tipo di proiettili, sparati probabilmente con un mortaio. I produttori degli ordigni avevano inserito una sostanza che quando si apriva il fondello si infiammava, surriscaldava il proiettile facendo esplodere. Questo, a quanto pare, per evitare che i soldati italiani potessero disattivarle e prendersi la polvere da sparo.