di
Lorenzo Cremonesi

Lo zar contro l’Italia e i Paesi europei: «Rapporti ai minimi». Tajani: «Invasione illegittima, ma non siamo in guerra con Mosca»

KIEV – Torna a puntare verso il brutto la lancetta del barometro dell’ondivago atteggiamento di Donald Trump nei confronti di Volodymyr Zelensky e di conseguenza va in alto quella con Vladimir Putin. Il tema del contendere è sempre lo stesso: di chi sono le responsabilità della mancata pace tra Russia e Ucraina? È colpa di Zelensky se non si riesce a concludere un accordo, sostiene Trump a pochi giorni dal suo prossimo incontro previsto con il presidente ucraino. In un’intervista alla Reuters, il presidente americano torna a puntare il dito contro Kiev. «Io credo che Putin sia pronto per un accordo. Valuto invece che l’Ucraina sia meno pronta». I due si vedranno al summit di Davos la settimana prossima.

Tutto questo avviene mentre in larga parte della capitale ucraina e del Paese i bombardamenti russi hanno paralizzato il sistema energetico. Con temperature che scendono sotto i meno venti gradi, la vita dalla popolazione si fa sempre più difficile.



















































Negli ultimi giorni era emersa la possibilità che prima degli incontri in Svizzera gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner si potessero recare a Mosca per vedere Putin. Ma Trump ha detto di non saperne nulla. C’è comunque poco di nuovo nel suo atteggiamento critico nei confronti di Zelensky. Sin da prima del suo secondo insediamento alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, Trump è stato spesso altalenante e in generale si è mostrato più simpatetico con le posizioni del leader russo. Si era invece espresso a favore delle ragioni di Zelensky in seguito al suo fallimentare summit con Putin in Alaska lo scorso 15 agosto. Ma nelle ultime settimane le sue parole sono tornate a farsi particolarmente taglienti contro il leader ucraino e ciò nonostante in dicembre un rapporto interno dell’intelligence Usa abbia riportato che Putin non ha affatto abbandonato il suo disegno iniziale di occupare tutta l’Ucraina e mostri anche mire su almeno una parte delle regioni europee che sino al 1991 erano controllate dall’ex impero sovietico. A Kiev sostengono che a Davos dovrebbero essere finalizzate le garanzie di sicurezza americane ed europee per l’Ucraina in vista di un eventuale accordo con Mosca.

Nel frattempo, il Cremlino coglie la palla al balzo e rilancia le frasi di Trump. «Concordiamo con il presidente americano. Vladimir Putin e la Russia restano aperti al negoziato», dichiara il portavoce Dmitry Peskov. Lo stesso presidente russo ha sfruttato l’occasione della presentazione delle credenziali di 34 ambasciatori stranieri, tra cui l’italiano Stefano Beltrame, per evidenziare il momento di crisi «nelle radici profonde» delle relazioni tra la Russia e parecchi Paesi europei. «Oggi i nostri rapporti sono ridotti al minimo e la cooperazione internazionale è stata congelata, non per colpa nostra».

Da Roma ha subito reagito Antonio Tajani per spiegare che le relazioni con Mosca lasciano a desiderare «perché noi abbiamo detto che la Russia ha invaso l’Ucraina e l’abbiamo difesa». Ma, ha aggiunto il ministro degli Esteri italiano, «noi non siamo in guerra con la Russia, non lo siamo mai stati e non siamo in guerra con il popolo russo. Abbiamo soltanto detto che il Cremlino ha sbagliato e che l’invasione dell’Ucraina è stata un atto illegittimo».

15 gennaio 2026