Il ritiro di Simon Yates dal ciclismo professionistico è una notizia che va oltre la singola carriera. Non si tratta di un atleta arrivato al limite fisico, né di una scelta dettata dai risultati. Il britannico era intervenuto in prima persona alla presentazione del Giro d’Italia 2026 e le sue dichiarazioni tutto lasciavano presagire tranne che fosse sul punto di gettare la spugna. Anzi.
Il ritiro di Yates apre quindi una riflessione più ampia sul ciclismo moderno, sempre più esigente sul piano mentale e psicologico. Ne avevamo già parlato a fine Tour de France 2025. Lo stesso Tadej Pogacar palesò qualche segno di flessione mentale che sorprese non poco l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori.
Il ciclismo moderno e la pressione costante
Negli ultimi anni il ciclismo di alto livello è cambiato radicalmente. Stagioni sempre più lunghe, allenamenti scientifici, controllo dei dati, programmazione precisa e aspettative continue hanno alzato le prestazioni, ma anche la pressione sui corridori. Per non parlare, poi, dell’esposizione continua sui social media. Oggi il ciclismo professionistico non concede vere pause: la “performance” resta centrale anche lontano dalle gare. Questo contesto rende la fatica mentale una componente strutturale del ciclismo moderno, spesso più difficile da gestire rispetto a quella fisica.
Un Tadej Pogačar apparentemente abbattuto al Tour de France 2025 (foto: Getty Images)
Stress mentale e burnout nel ciclismo professionistico
Il tema dello stress psicologico e del burnout nel ciclismo è ancora poco affrontato apertamente, ma sempre più presente. Tanti anche sono sono i casi recenti di atleti ad inizio carriera che abbandonano senza motivi apparenti. La pressione costante, la ripetizione degli obiettivi e l’assenza di disconnessione reale possono portare a una perdita di motivazione e a un logoramento profondo.
Dopo il Tour de France 2025 questa sensazione è emersa in modo chiaro: anche i corridori dominanti possono apparire mentalmente affaticati, segno di un sistema che chiede continuità assoluta.
Non è un caso se diverse squadre WorldTour hanno inserito stabilmente figure di mental coach. Il supporto mentale è diventato parte integrante della preparazione, al pari dell’allenamento fisico. L’obiettivo è gestire lo stress, prevenire il burnout e garantire equilibrio nel lungo periodo.
Tuttavia, il supporto individuale non sempre basta se il ciclismo professionistico continua a imporre ritmi e aspettative senza margini di recupero reale.
Simon Yates all’attacco sul Colle delle Finestre al Giro 2025 (foto: LaPresse)
Yates, il Giro vinto e il ritorno al ruolo di gregario
Nel caso di Yates entra in gioco, forse, anche la dimensione del ruolo. Dopo la vittoria al Giro d’Italia e il numero 1 sulla schiena da indossare nella prossima edizione, la prospettiva futura lo avrebbe riportato a un ruolo di gregario, in particolare al servizio di Vingegaard, la cui partecipazione nel 2026 sembra sempre più certa.
>>> Il Giro d’Italia di Simon Yates
Dal punto di vista tecnico e nell’ottica degli obiettivi di squadra, è una scelta “ragionevole” anche se cinica. Dal punto di vista umano e identitario è decisamente più complessa da accettare. Vincere una grande corsa e poi ridimensionare il proprio spazio all’interno della squadra può incidere profondamente sulla motivazione.
Il ciclismo moderno richiede ai corridori una flessibilità estrema. Essere leader in un momento e comprimari in quello successivo è ormai parte del sistema. Tuttavia, non tutti riescono a conciliare questi passaggi senza conseguenze. Quando il ruolo imposto non coincide più con l’identità sportiva, il rischio di stress mentale e perdita di “significato” aumenta.
Simon Yates con il Trofeo Senza Fine del Giro d’Italia (foto: Massimo Paolone/LaPresse)
Il ritiro di Yates: quale futuro per il ciclismo?
Il ritiro di Yates non va letto come una sconfitta personale, ma come un segnale chiaro per tutto il ciclismo professionistico. Mostra uno sport sempre più efficiente e performante, ma anche sempre più complesso da sostenere sul piano mentale.
La vera evoluzione del ciclismo moderno potrebbe non passare solo dai numeri o dalla tecnologia, ma dalla capacità di rendere le carriere più sostenibili dal punto di vista umano. Se anche chi vince sceglie di fermarsi, il problema non è più se esista, ma chi sarà il prossimo a pagarne il prezzo.
E a rimetterci non sono solo i corridori. Ci rimettono anche gli spettatori e gli appassionati, che vedono abbandonare i loro idoli, diminuire la competitività delle corse e svanire quella magia fatta di fatica e successo che rende il ciclismo unico. Alla fine, il ritiro di Yates ci lascia con una domanda aperta: quale futuro attende il ciclismo se non sapremo conciliare eccellenza, salute mentale e sostenibilità umana?