Difendere il salario dall’inflazione in Italia è una battaglia persa. Colpa di retribuzioni “basse” in partenza, scarsa produttività e rinnovi contrattuali che arrivano con anni di ritardo. E se le donne sono quelle che pagano il prezzo maggiore, con stipendi in media inferiori del 30% a quelli dei colleghi, non stupisce che la voglia di fuggire all’estero abbia raggiunto livelli così elevati tra i giovani. A mettere nero su bianco dati e percentuali dell’impoverimento generale che ha colpito la classe media l’”Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati”, realizzata dal Coordinamento statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi dell’Inps presentata ieri a Roma che ha messo a confronto la situazione del 2014 con quella di dieci anni. Evidenziando, com’era prevedibile, che non c’è stato il “recupero” dell’erosione sistematica portata avanti dall’inflazione. «Le dinamiche salariali in Italia, a differenza del contesto europeo, sono molto più basse e c’è una perdita di potere d’acquisto» ha spiegato il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, Roberto Ghiselli.

Per i dipendenti del settore privato, la retribuzione annua media è passata da 21.345 euro a 24.486 con un aumento del 14,7% nell’arco del decennio. Nel pubblico invece è salita da 31.646 euro a 35.350 euro, (+11,7%). Quanto all’inflazione complessiva, con un picco nel 2022-2023 innescato dalla guerra in Ucraina e dall’aumento dei costi energetici, è stata del 20%.

Impietoso il confronto con altri Paesi Ue (dove in media si guadagnano 74mila euro). Un dato che non è sfuggito al governatore di Bankitalia Fabio Panetta. In un intervento all’Università di Messina ha sottolineato che «un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento. Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni».

Il dato nazionale nasconde un marcato gap territoriale: dai quasi 29mila del Nord Ovest ai 18mila di Sud e Isole. La retribuzione media delle donne si ferma sotto la soglia dei 20mila euro, contro i 28 mila di quella maschile, ma in dieci anni è aumentata del 17,5%. Negli ultimi due anni la situazione è leggermente migliorata grazie al rallentamento della corsa dei prezzi, all’ondata di rinnovi contrattuali e ad interventi mirati dal punto di vista contributivo a tutela dei redditi più bassi.

Il dossier dell’Inps analizza anche la composizione dell’occupazione fotografando uno spostamento verso i servizi. L’industria in senso stretto nel 2014 rappresentava il 28,1% dei dipendenti, oggi è passata al 24,5%. Si tratta dei lavoratori che hanno avuto maggiori garanzie, con un aumento di stipendio del 21% in dieci anni. In parallelo è aumentato il peso dei servizi in tutte le articolazioni, con la sola eccezione del commercio, che ha perso circa mezzo punto percentuale di quota sul totale. E qui il discorso sul fronte retributivo è del tutto diverso. Per invertire la rotta secondo i sindacati occorre rivedere alcuni meccanismi della contrattazione e creare un argine normativo alla proliferazione degli accordi pirata, soprattutto nell’ambito dei servizi dove i lavoratori poveri sono la maggioranza.

Il leader della Cgil Maurizio Landini ha ricordato che «nel 1993 i contratti collettivi erano 150/160, oggi sono più di mille» ed ha proposto di arrivare ad una contrattazione annuale per garantire un recupero certo dell’inflazione. Secondo il segretario confederale Cisl Mattia Pirulli la strada è un potenziamento della «contrattazione decentrata», strumento di «redistribuzione della ricchezza» per «contrastare il dumping contrattuale». Anche il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri indica come strategia percorribile quella dell’ampliamento della contrattazione di secondo livello, attualmente privilegio di un 26% di dipendenti, a livello territoriale o settoriale

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