La Corte di Cassazione ha chiarito che l’uso di WhatsApp da parte dell’azienda per informare i lavoratori e confrontarsi con i loro rappresentanti non è automaticamente un comportamento antisindacale
La Corte di Cassazione ha chiarito che l’uso di WhatsApp da parte dell’azienda per informare i lavoratori e confrontarsi con i loro rappresentanti non è automaticamente un comportamento antisindacale. È l’orientamento ribadito dai giudici con l’ordinanza n. 789/2026 citata dal Sole 24 Ore per cui si esclude l’antisindacalità della condotta datoriale che contattato il sindacato non attraverso le forme previste dal Contratto nazionale, ma tramite la messaggistica di WhatsApp. Nel caso di specie si faceva riferimento all’utilizzo dell’applicazione durante la pandemia da parte di un’azienda di Bergamo.
Nessuna violazione delle regole
Secondo i giudici, ciò che conta non è tanto il mezzo utilizzato, quanto il modo e lo scopo con cui viene usato. Se WhatsApp serve a diffondere informazioni organizzative o operative e non interferisce con l’attività dei sindacati, l’azienda non viola le regole. Non esiste quindi un obbligo di utilizzare solo canali formali o citati nel contratto per ogni comunicazione ai dipendenti.
I limiti della comunicazione via WhatsApp
Il limite, però, resta chiaro: l’azienda non può usare la messaggistica per aggirare il confronto sindacale, svuotarne il ruolo o impedire ai lavoratori di essere rappresentati. Se WhatsApp diventa uno strumento per escludere i sindacati o per sostituire il dialogo previsto dalle regole, allora il comportamento può diventare illegittimo. In sostanza, la tecnologia è ammessa, ma deve restare un supporto alla comunicazione, non un mezzo per ridurre i diritti sindacali.
16 gennaio 2026
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