di Paolo Giordano
Il cantautore e musicista torna con un disco in inglese, “Hyperlove”, e racconta la nuova fase che sta attraversando. «A volte mi stanco della gente, ma stancarsi serve, perché altrimenti resti sulla superficie e non chiedi. Non fai le domande giuste né a te stesso, né al mondo attorno a te»
Con Mika parliamo in italiano. È stato lui a deciderlo la prima volta che ci siamo incontrati, alcuni anni fa. La sua determinazione nell’usare la lingua dell’interlocutore ha qualcosa di molto generoso e insieme di sottilmente prevaricante. Anche questa intervista ha voluto farla in italiano. E ora che devo trascriverla mi rendo conto di volermi mantenere il più possibile fedele all’originale. Perché la voce italiana di Mika ce l’abbiamo tutti in testa. La sua padronanza è ormai completa, ma nelle sue frasi ci sono delle incursioni improvvise di altre lingue, che la rendono unica. Se normalizzassi le frasi non sarebbe più lui a parlare, quindi, per quanto possibile, non lo farò.
Nelle ultime settimane ho tracciato i suoi movimenti fra Montréal, Madrid, Parigi, la Svizzera e infine l’Inghilterra. Mika stava per arrivare in Italia, ma un minimo difetto di sincronia ci ha impedito di vederci di persona. Lo colgo nella sua casa di Hastings, nell’East Sussex. Alle sue spalle, inquadrata dalla webcam, c’è una finestra bassa e larga, tripartita, da cui s’intravedono un prato verdissimo e una striscia di cielo invernale, spento. Non sono mai stato a Hastings perciò gli chiedo di descriverla.
«È a un’ora da Brighton. Nei tempi vittoriani era di moda venirci per le cure e i weekend. Quel periodo ha lasciato un’architettura magnifica. Ma poi è stata abbandonata negli anni Cinquanta, abusata. Quando Margaret Thatcher ha chiuso gli ospedali psichiatrici, una parte di quelle persone sono state portate qui. Anziani e pazzi. E ora c’è una piccola renaissance. Persone che non vogliono più vivere a Londra».
È un luogo che hai trovato o era già nella tua vita?
« È la curiosità che mi tira verso un posto nuovo. E anche l’essere autostufo della situazione in cui mi trovo. Io vivo la mia vita in capitoli. Dieci anni, poi dieci anni, poi dieci anni. Pensavo che fosse una condizione negativa. Da una parte lo è. Ma da un’altra è come spostare sempre l’atelier. Qualche giorno fa ho letto un resoconto della vita di David Hockney. Anche lui dice che ogni dieci anni cambiava posto».
Adesso in che capitolo sei?
«All’inizio dei prossimi dieci anni. O chi lo sa? La vita mi ha sempre portato un po’ così».
Il tuo ultimo album in inglese è del 2019. Ne hai pubblicato uno in francese nel 2023, ma una parte del pubblico italiano ti ritroverà dopo una lunga pausa.
«L’idea di scrivere ogni tot anni in un modo prevedibile, nella lingua più commerciale, non fa parte del mio ragionamento. Tutto quello che faccio segue soltanto l’istinto. È così dall’inizio della mia vita di musicista e cantautore. Anche andare all’università e poi lasciarla in un giorno per entrare in conservatorio: istinto. Negli ultimi dieci anni ho fatto tanta tv, tanta televisione. Ho fatto una colonna sonora, molti tour. Mi sono riconnesso con il francese chiudendo una parte della mia vita in una maniera cosciente e poetica. L’ho quasi bruciata quella parte. Bruciare serve a tornare all’essenziale. Poi mi sono rimesso al pianoforte, alla ricerca della sensazione con cui ho cominciato a fare musica. L’euforia. Creando paesaggi musicali».
I paesaggi, compreso quello che vedo alle tue spalle, mi fanno tornare a Hockney.
«In tutta la English scene della sua generazione c’è un’idea molto interessante. Quella del paesaggio del corpo. In un quadro cominci con il dipingere il naso e l’orecchio come dovrebbero essere. Ma poi lasci partire il pennello verso forme più astratte, più emotive. Verso l’anarchia, la libertà. Così le curve del corpo diventano le curve dell’emozione».
Sembra una descrizione precisa della copertina di Hyperlove. Dove il tuo volto, per metà intero, si scompone verso un lato diventando un insieme astratto di linee.
«C’è un’artista femminile della stessa scena di Hockney, si chiama Maggi Hambling. Ha dipinto il quadro di una ragazza con i capelli rossi, che era la sua fidanzata. Molto classico, come un Manet o un Renoir. Ma quando guardi giù, in fondo al quadro, i piedi sono grotesque. Sembrano delle rocce. E lì c’è una carica sensuale bruciante, disturbante. Interessante. Anche se la ragazza è nuda, i piedi sono la sua parte più intima».
Parlami dei tuoi piedi allora.
«Ho dei piedi che fanno molto male. Infatti per l’intervista ero cinque minuti in ritardo perché stavo mettendo la crema. Sono piedi da ballerino, che si aprono. Sono stati il mio punto di tensione fin dal primo tour. Se vuoi capire una persona, guarda le mani e i piedi».
Negli ultimi quadri Maggi Hambling ha disegnato soprattutto il mare.
«Perché si è stancata della gente».
Anche tu ti sei stancato della gente?
«A volte. Un po’. Ma stancarsi serve. Perché altrimenti sei sempre sulla superficie e non chiedi le domande giuste, né a te stesso né al mondo attorno a te».
Com’è il tuo rapporto con la solitudine?
«C’è tanto tempo da solo. Tantissimo. Ma è quasi necessario. Sono sempre stato così. Però quando scrivo non mi sento da solo».
E quando sei in tour?
«Quella è una disciplina solitaria. Perché il tuo bioritmo cambia completamente. Una persona normale è al peak a mezzogiorno. Invece una persona che sta facendo delle performance ogni notte dev’essere al peak alle dieci e mezzo di sera. Tutta la tua vita si sposta. Io prendo la mia colazione alle cinque del pomeriggio. Poi vado in macchina. Ho una persona che guida e a volte guido anch’io. Ascolto musica e tanti libri. Dopo il concerto prendo la mia cena. E verso mezzanotte e mezza guido per altre tre ore, verso la prossima città. A volte ci sono delle persone. Quando volevo imparare lo spagnolo una professora ha viaggiato con me per cinque mesi. Il novanta percento dello spagnolo l’ho imparato da mezzanotte alle tre del mattino».
E il tuo rapporto con la celebrità?
«Quando sono in aeroporto, quando sono per strada, quando faccio la spesa, io sono invisibile. Per una decisione. Impensabile di essere la stessa persona che sei sul palco. Impensabile anche di essere la stessa persona quando stai scrivendo e quando stai vivendo la vita normale».
Non ti chiedo con quale delle due persone sto parlando adesso. Ma, a proposito di sdoppiamento, hai accennato agli aeroporti. Tutti gli artisti al tuo livello viaggiano molto, ma la tua esperienza mi sembra diversa, più radicale. E più radicata. Hai creato legami stabili, fondato parti di vita, in molti luoghi. UK, Francia, Italia, Spagna… Qual è il portato di questa dislocazione dopo vent’anni? Prevale il benessere o il suo contrario?
«Il benessere si divide. Quando vedi persone che fanno business, sai che loro viaggiano al servizio della casa madre. Ma cosa fai quando non c’è una casa madre? Quando sei tu la tua casa madre? In UK, in Spagna, in Francia, in Italia, non è che io porto in giro la stessa cosa. Il mio è un dialogo con quelle culture».
«C’è tanto tempo da solo. Tantissimo, ma è quasi necessario. sono sempre stato così. però quando scrivo non solo da solo»
Riesci a viaggiare anche per amicizia o sono gli altri a dover viaggiare per te?
«Dopo il Canada sono tornato in Europa per cenare con un amico per il suo compleanno. Perché ha perso un figlio due anni fa e sapevo che ci sarebbe stato il suo altro figlio a cena. Era importante».
Qual è il desiderio che ti fa ancora muovere artisticamente invece?
«L’eccellenza».
L’eccellenza?
«L’eccellenza è la chiave della libertà. Come parola è fuori moda. Si può attribuire allo snobismo, e non lo è. Si può attribuire a un risultato commerciale, e non lo è. L’eccellenza è legata solo al tuo estilo».
Stile. Vedi che lo spagnolo ti sta mangiando l’italiano…
«Ma l’italiano aveva distrutto il mio spagnolo prima! Dicevo, l’eccellenza… Se vuoi essere libero, non avere nessuna persona che ti dice questo non puoi farlo, questo è fuori dal tuo budget eccetera, devi mantenere l’eccellenza. Perché se vendi centomila o diecimila biglietti ma hai l’eccellenza, allora funziona. È l’unico fil rouge, l’unica connessione possibile fra i progetti».
«Dopo il Canada sono tornato in Europa per cenare al compleanno di un amico: ha perso un figlio, era importante»
Mi sembra di capire che non hai un buon rapporto con i condizionamenti esterni.
«Non li accetto da nessuno. Dall’industria discografica, dalla stampa, dai colleghi, nemmeno dalla famiglia. La famiglia che ti dice no, non fare anche questo, preservati, sei stanco, non spostare un’altra volta quell’intervento medico…»
Hai molta esperienza di talent show, in Italia con X Factor, in altri Paesi con trasmissioni analoghe. Potrei obiettare che la relazione fra i talent show e questa «libertà nell’eccellenza» di cui parli è quanto meno problematica. I talent mi sembrano luoghi di formattazione più che di libertà.
«Lì non trovi libertà. Lì trovi una piattaforma al servizio dell’entertainment, che vuole vendere pubblicità. Devi saperlo dall’inizio. Don’t read the press release, know the reality! Se lo sai, allora puoi negoziare. Adesso sto facendo un programma in UK (dove fa da coach ai musicisti di strada, ndr). Doveva essere un documentario in seconda serata. È diventato il prime time della domenica».
«Per ritrovare equilibrio devo fare progetti folli. Nella vita c’è sempre sofferenza. La devi portare con te dappertutto»
Funzionerebbe in Italia?
«No».
Perché non c’è una competizione?
«Non lo so. Per lo stesso motivo per cui in Italia non si beve il tè con il latte. È una cosa così inglese».
Hyperlove è un disco pop. Ma non è un disco hyper-prodotto. Rispetto alla musica commerciale di oggi ha meno suoni e più nitidi. È stato frutto di negoziazione?
«Ho coprodotto questo album con Nick Littlemore di Empire of the Sun. Nick ha deciso che tutto doveva venire da strumenti analogici, nemmeno un suono dai plug-in del computer. Un giorno ho scoperto quanto aveva speso sull’affitto di strumenti vintage. Erano così tanti soldi che ero pronto a urlare. Poi ho visto che mi aveva addebitato solo la metà del costo. Il resto l’aveva pagato lui».
Canti «Just give me a reason, I’m losing faith in modern times». Mettere dei paletti di purezza artistica, come rinunciare al digitale e suonare solo strumenti vintage, è un modo per ritrovare la fiducia nei tempi moderni?
«Fiducia ed emozione. In quella canzone, Modern Times, parlo di me. Sono io che sto sempre correndo, che sto sempre cambiando posto, faster than the fading sun. Per ritrovare equilibrio devo fare progetti folli. Nella vita c’è sempre sofferenza. La devi portare con te dappertutto. Ma se hai la possibilità di esprimerti artisticamente, ci sono dei processi di disciplina che ti permettono di metabolizzare quella sofferenza. Di ricontestualizzarla».
Sembra faticoso detto così.
«Ma è anche esaltante! Il sex veloce, il flash erotico, non è mai interessante come una storia d’amore lunga. La fiammella che si mantiene accesa nonostante il vento contrario della vita…».
Dimmi un flash erotico dell’ultimo anno.
«Sono andato a vedere una performance di Jacob Alon. Era stupefacente. C’è un ritorno a questi cantanti che cantano con la libertà di Jeff Buckley. Non giocano con l’idea della sessualità ma proprio con il genere».
A proposito di gioco, in Hyperlove ci sono degli interludi paradossali, ironici. Li hai affidati alla musica techno e alla voce di John Waters (regista, attore e comico statunitense). Creano una specie di discorso continuativo nell’album. Mi chiedevo da dove ti è venuta l’esigenza.
«Stiamo vivendo un momento lunaparkesque. Umanamente e artisticamente e moralmente».
Lunaparkesque nel senso di montagne russe o di casa degli orrori?
«In tutti i sensi. Anche nel senso dei clown. Oggi è difficile sapere chi è il clown e chi è il genio».
Porterai questo luna park distopico anche nello Spinning Out Tour?
«Io sono un grande fan del ballet russe. A un certo punto mi sono fissato con Mejerchol’d (regista russo, nei cui spettacoli comparivano spesso macchine imponenti, ucciso dal regime stalinista come nemico del popolo). Per il tour ho ricostruito dei suoi disegni originali che metterò sul palcoscenico. Macchine e piattaforme identiche alle sue. Sarà uno show che ti fa ballare, che ti dà entertainment, ma che ha anche questo lato industriale, dark. Un luna park al tuo servizio. Ah ah!».
CHI E’
La carriera
Cantautore e showman libanese naturalizzato britannico, Mika ha cominciato la sua ascesa internazionale nel 2007 con il singolo Grace Kelly, che ha scalato le classifiche di molti Paesi, successo bissato da un altro singolo pubblicato quell’anno, Relax, Take It Easy.
In tv
Ad una carriera internazionale da cantante si è presto unita anche una carriera televisiva. Nel 2013, alla settima dizione di XFactor, è stato il primo giudice internazionale di un talent show italiano. Nel 2016 ha condotto Stasera Casa Mika, un one man show di quattro puntate in onda su Rai2 che ha ricevuto il Premio Flaiano per il miglior programma televisivo. Sopra la copertina del suo nuovo lavoro, Hyperlove, in uscita il 23 gennaio
16 gennaio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA