Oumar Ballo (credits: Pall. Cantù/W. Gorini)



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Al termine del girone d’andata l’Acqua San Bernardo Cantù occupa la casellina n°15, ovvero l’ultima in classifica dopo l’esclusione di Trapani dal Campionato 2025-2026. Non bastasse questo, c’è un precedente a far innescare ogni possibile forma di scongiuro in Brianza: la stagione 2020-2021, ovvero quella della retrocessione con i conseguenti quattro anni di calvario in A2, fu anche quella che vide l’estromissione a torneo in corso della Virtus Roma proprio come accaduto questa volta con il club siciliano (anche se con altre, meno surreali modalità).



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Meglio però mettere subito da parte la scaramanzia e concentrarsi invece su cosa serve per lasciare a qualcun altro l’indesiderata e indesiderabile seggiolina di ultima della classe. E quel “cosa” include una prima, fondamentale domanda: quanti punti servono per restare in A? La scorsa stagione Napoli e Cremona, che al giro di boa occupavano rispettivamente l’ultima e la penultima posizione con 4 e 6 punti in classifica, si sono salvate portando entrambe il saldo finale a 9 vittorie e 21 sconfitte. 18 punti totali, insomma, anche se con 14 si sarebbe già stati al sicuro ai danni di Pistoia e Scafati, retrocesse entrambe con 12 punti.

Storia invece completamente diversa nel torneo 2023-2024, quando servivano almeno 11 vittorie per lasciarsi alle spalle Pesaro e Brindisi, alle quali non sono bastati 20 punti a testa per evitare l’A2. E prima ancora bisognava collezionare almeno 12 referti rosa per la salvezza, perché nel 2022-2023 Verona è retrocessa con 18 punti, ma Trieste con ben 22.

Insomma, spulciare gli almanacchi offre qualche indicazione di massima, ma non fornisce alcuna risposta precisa al fatidico quesito. Anche se, partendo dall’attuale bilancio di 3 vittorie e 11 sconfitte che accomuna Cantù e Treviso (con quest’ultima in vantaggio per effetto del primo scontro diretto) e dall’altrettanto pericolante 4-10 di Reggio Emilia, ha senso pensare che per essere quasi certi della salvezza bisogna vincere almeno 6 delle 14 partite del girone di ritorno, puntando a 9 successi totali per un’esatta replica di quanto fatto da Napoli e Cremona nell’ultimo Campionato.

Con la prima parte di stagione ulteriormente macchiata dallo 0-8 rimediato in trasferta e con un altro 0-8 come striscia negativa aperta, la Pallacanestro Cantù ha un calendario di ritorno che prevede 8 partite al PalaDesio (inclusa quella dell’ultima giornata proprio contro Treviso) e 6 fuori casa (inclusa quella del 25 gennaio a Reggio Emilia). Fatta salva la necessità di aggiudicarsi i due scontri diretti, ci sono sicuramente sfide più abbordabili di altre, ma il vero fattore vincente sarà come Cantù le andrà ad affrontare tutte, indipendentemente dall’avversario. A partire dall’imminente match interno contro la co-capolista Germani Brescia (domenica, ore 20), perché ora più di prima l’imperativo deve essere provarci sempre.

Da qui alla fine serve allora un’Acqua San Bernardo profondamente diversa da quella vista sinora: più coraggiosa e sicura in trasferta, più concentrata e determinata tra le mura amiche. Un cambiamento che deve però essere immediato, perché nel tempo dell’emergenza non c’è più tempo per gli aggiustamenti a dispetto delle variazioni di roster effettuate in corsa e a quanto pare non ancora terminate. Anzi, è proprio per dare senso e valore ai nuovi innesti che si devono vedere effetti immediati nel gioco ma anche e soprattutto nei risultati.

Se Chiozza ha già mostrato di saper fare quello che a Gilyard riusciva meno (ovvero innescare Ballo, autore di 20 punti a Trieste), ora deve estendere il suo effetto magico anche a Basile, sin qui risultato troppe volte un corpo estraneo e non solo per suoi demeriti. Mentre coach Brienza e il suo staff devono trovare la quadra (ovvero i quintetti giusti) per fare in modo che quella di Green risulti una vera aggiunta: cioè che amplifichi realmente il potenziale offensivo di Cantù sommandosi e non invece sottraendo qualcosa agli apporti di Bortolani e in particolare di Sneed, che è parso il più sofferente (a Trieste alcune volte anche nell’atteggiamento) rispetto ai recenti cambiamenti di assetto e alle corrispondenti gerarchie.

Il resto è come sempre nel basket non noia, ma difesa a oltranza. E quel cuore che il gruppo di italiani, a partire per ruolo da capitan Moraschini, deve cercare di trasmettere a tutti gli altri compagni, vecchi e nuovi. (Paolo Corio)

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