di
Gian Guido Vecchi

Il Purgatorio per la Chiesa esiste, come il Paradiso e l’Inferno, anche se molti non lo sospettano e pensano piuttosto alle letture dantesche di scuola

«…e canterò di quel secondo regno / dove l’umano spirito si purga / e di salire al ciel diventa degno». 

Magari non ci si ritroverà, come Dante, davanti a Catone l’Uticense, l’augusto vegliardo che nella Commedia, «lunga la barba e di pel bianco mista», fa da custode alla montagna del Purgatorio. Negli ultimi settecento anni, tuttavia, l’essenziale per la Chiesa non è cambiato. 



















































La Penitenzieria Apostolica è il più antico dicastero della Curia romana, si occupa di coscienza e indulgenze e ha appena pubblicato un Decreto nel quale, secondo il volere di Leone XIV, viene concessa l’indulgenza plenaria, cioè la remissione della «pena temporale» per i peccati, ai fedeli che parteciperanno all’Anno giubilare proclamato dal Papa in occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. 

Il Purgatorio per la Chiesa esiste

Nel Decreto si legge che l’indulgenza è «applicabile anche in forma di suffragio per le anime del Purgatorio». 

Non è un anacronismo né una metafora: il Purgatorio per la Chiesa esiste, come il Paradiso e l’Inferno, anche se molti non lo sospettano e pensano piuttosto alle letture dantesche di scuola. 

La dottrina del Purgatorio, in effetti, fu disciplinata per la prima volta dal concilio di Lione nel 1274, appena tre decenni prima che Dante mettesse mano al suo capolavoro, per essere poi ribadita nel concilio di Firenze (1439) e soprattutto, a metà del Cinquecento, in quello di Trento: una risposta alla Riforma luterana che vedeva nel Purgatorio un’invenzione diabolica, collegandolo allo scandalo della vendita delle indulgenze. 

Nel frattempo la concezione si è affinata dal punto di vista teologico, ma non è cambiata. Nel paragrafo 1030 del catechismo si legge: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo». Al numero successivo si chiarisce che «la Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati».

La prima intercessione a opera di Giuda Maccabeo 

Alcuni storici, come Jacques Le Goff, lo hanno considerato in sostanza come un’invenzione medievale. Per la Chiesa, tuttavia, il Purgatorio era già testimoniato dai Padri, a partire da Origene (III secolo), e ha radici solide nelle Scritture, in particolare in un passo biblico contenuto nel capitolo 12 del secondo Libro dei Maccabei: dopo un combattimento, gli uomini di Giuda Maccabeo vanno a recuperare i cadaveri dei soldati caduti e scoprono che alcuni soldati avevano nascosto sotto le vesti «oggetti sacri agli idoli di làmnia», oggetti pagani proibiti dai Comandamenti, ovvero le dieci «Parole» di Dio a Mosè sul Sinai. A quel punto tutti i compagni «si misero a pregare, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato» e Giuda fece fare una colletta da inviare a Gerusalemme «perché fosse offerto un sacrificio per il peccato, compiendo così un’azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione». È la prima preghiera di intercessione di cui si abbia notizia: «Perché, se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti».


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16 gennaio 2026